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"AMORI CONSACRATI" ovvero …«Testimonianze di suore, frati e...

Franco BARBERO
[ 14 Dicembre 2019 ]

C’è suor Maria, che dopo vent’anni di convento ha il coraggio di rigiocarsi la vita ed esce per vivere con la sua compagna dopo una lunga relazione clandestina. Don Elia, che dice del suo compagno, oggi morto: «Con lui fare l’amore era veramente pregare». Suor Rossana, inviata dallo psichiatra dalla sua superiora per averle confessato di essersi innamorata di una donna. Frate Raimondo, che lascia l’ordine religioso perché sente che Dio lo chiama ad essere felice e non vuole nascondersi dietro le mura protettive di un monastero.

Sono alcune delle storie contenute in «Amori consacrati. Testimonianze di suore, frati e preti omosessuali in Italia» (Gabrielli editori, pp. 244, euro 16), curato da don Franco Barbero – grazie anche a Progetto Gionata, portale su fede e omosessualità: www.gionata.org – uno dei primi preti ad occuparsi, già negli anni ‘60, delle persone omosessuali credenti, dimesso dallo stato clericale da papa Wojtyla nel 2003, tuttora attivo nelle comunità di base.

Sette uomini e sei donne raccontano la loro vita di omosessuali e religiosi: una condizione condannata dalla Chiesa cattolica (secondo il Catechismo, l’omosessualità è una «inclinazione oggettivamente disordinata») con cui tutte e tutti, in modi e con scelte diverse, hanno fatto i conti, giungendo alla fine a vivere questa “doppia appartenenza” in piena libertà e pace interiore davanti a Dio, perché, spiega don Giuseppe, uno dei testimoni del libro, «l’esperienza di fede è sempre oltre l’istituzione».

Abbiamo approfondito i contenuti del libro e il tema dell’omosessualità nella Chiesa cattolica in un’intervista a due voci con Barbero e con uno dei curatori del volume che, essendo tuttora impegnata in una struttura ecclesiastica, ha scelto di restare anonima.

Che storie sono quelle che raccontate nel libro?

«Ognuna è una storia d’amore, quindi di libertà e di rinuncia, come qualsiasi amore è libertà e rinuncia. Ci ha colpito il fatto che l’amore impedito libera una forza dirompente, che è l’essenza di ogni vero amore. Quasi tutti gli intervistati inizialmente hanno proibito a se stessi di amare, autonegandosi di vivere l’amore perché la struttura lo proibisce, la Chiesa cattolica in questo caso, ma anche la famiglia o la società. Alla fine, però, la forza dell’amore ha vinto, e queste persone hanno oltrepassato le regole per vivere veramente, senza nascondersi a se stessi».

Don Elia dice che spesso viene accusato di ipocrisia, dal momento che resta «in un sistema che non accetta l’omosessualità». Perché molti preti, religiosi e religiose decidono di rimanere nella Chiesa, talvolta vivendo una doppia vita, e non rinunciano alla consacrazione religiosa?

«Perché cercano e sperano di cambiare la Chiesa da dentro, predicando i valori della diversità e della tolleranza, non giudicando dal pulpito, includendo e non escludendo, facendo prediche che non partono dalla teoria ma dal vissuto, anche dal vissuto amoroso, dalle ferite e dalle gioie d’amore. Hanno fatto un cammino interiore tale da essere coscienti di se stessi, in primo luogo dei bisogni affettivi, per essere più completi. Molti preti e suore invece vivono veramente la doppia vita. Non essendo coscienti di sé si sdoppiano: di giorno in abito, di sera nudi in sauna».

Hanno più difficoltà le donne o gli uomini?

«Le donne. Per loro è più difficile lasciare il convento, perché escono letteralmente in mutande. Da anni indossano esclusivamente l’abito e non hanno neanche più vestiti civili nell’armadio. Per non parlare dei soldi. Inoltre per le donne è difficile anche poter vivere una relazione stando in convento: hanno meno libertà di movimento degli uomini, devono dare una giustificazione anche solo per fare un passo fuori dalle mura. Gli uomini invece sono più liberi di muoversi come vogliono, quindi hanno maggiori possibilità di sviluppare relazioni affettive fuori dalla canonica o dal convento».

Racconta Amadeo, ex prete «uscito per fedeltà al Vangelo e per una questione di coerenza con me stesso»: «In seminario non ho nascosto niente, i superiori sapevano della mia omosessualità. Dall’inizio mi è stato detto: “Chiudiamo gli occhi, ma non esagerare”. Dopo l’ordinazione mi si ribadiva solo di non fare scandalo». Quanto è forte l’ipocrisia da parte dell’istituzione ecclesiastica che preferisce chiudere gli occhi piuttosto che mettersi in discussione?

«Chiudere gli occhi e lasciar fare è l’attitudine generale di cui frati e preti testimoniano. Invece tutte le suore che hanno confessato la propria omosessualità sono state inviate dallo psicologo o dallo psichiatra, altre private degli incarichi, messe al bando dalla comunità, ridotte al silenzio. Da quasi tutte le testimonianze emergono vescovi, superiori e superiore incapaci di ascoltare le persone, figuriamoci di mettersi in discussione!».

Nonostante le parole di papa Francesco («chi sono io per giudicare un gay?»), sulla questione omosessualità la Chiesa cattolica sembra immobile. Che ne pensate? Succederà qualcosa o bisognerà attendere ancora centinaia di anni?

«La società in generale ci ha messo molto tempo per riconoscere una serie di diritti civili alle persone omosessuali. Prima cambia la società, prima cambierà la Chiesa. Ogni istituzione è lenta. Poi però, quando il divario tra realtà e teoria diventa palese, deve cambiare. Noi abbiamo provato a dare voce a chi nella Chiesa non può parlare, senza semplificazioni, senza scandalismo, senza profezia. Speriamo che possa contribuire ad aprire il dibattito».

(*) pubblicata anche sul quotidiano «il manifesto»



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