Pubblicazione Recensioni su Tempi di Fraternità
| Titolo: |
Psicoanalisi del cristianesimo |
| Sottotitolo: |
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| Autore: |
Luifi De Paoli |
| Casa Editrice: |
Di Girolamo |
| Scheda libro: |
Numerosi sono gli studi che evidenziano gli aspetti religiosi, storici, politici, sociali ed artistici del Cristianesimo, mentre sono pressoché assenti quelli che ne esplorano le dinamiche "inconsce". Il quesito cui la presente ricerca tenta di dare una risposta può essere così riassunto: qual è la dinamica impercettibile e non riconosciuta che attraversa il Cristianesimo, da Gesù di Nazareth fino ai giorni nostri e che penetra inconsciamente non solo nelle Chiese ma anche nella civiltà occidentale? Quale impatto hanno nel Cristianesimo le prime testimonianze dei Discepoli (Vangeli), l'incontro con il pensiero unico imperiale (Costantino), l'elaborazione della colpa e la risposta persecutoria (Agostino), nella strutturazione dicotomica delle Chiese, persino nel rito fondamentale dell'Eucaristia? È ragionevole l'ipotesi che il Cristianesimo, al di là di innegabili meriti e valori, sia segnato da un "disordine narcisistico"? |
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[Rif. 948] Segnalato in data: 27 Febbraio 2010 da: Giorgio
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| Titolo: |
Mondo recluso |
| Sottotitolo: |
Vivere in carcere in Italia oggi |
| Autore: |
Davide Pelanda |
| Casa Editrice: |
Effatà |
| Scheda libro: |
L'idea di scrivere questo libro nasce dal racconto dell'esperienza vissuta dai detenuti: percorrendo le tappe di questo viaggio nelle carceri italiane si cerca di offrire a chi legge la possibilità di capire qualcosa di più su la questione carceraria. Ascoltando te storie dei reclusi, si entra in contatto con uomini e donne in carne e ossa con i loro sentimenti, I loro bisogni, le loro contraddizioni, che si portano dentro la sofferenza di aver generato violenza. Persone che, all'interno della struttura detentiva, devono però elaborare anche la sofferenza che il carcere fa loro subire, Una riflessione sulla pena, sulla giustizia, sul rapporto tra carcere e società va fatta a partire da questa consapevolezza.
«Le nostre prigioni sono la fotografia di una giustizia punitiva, luoghi dove è quasi impossibile il recupero della persona. Disinteressarsi a quanto avviene all'interno delle carceri significa gettare la spugna sulle fondamenta della nostra giustizia» (dalla Prefazione di Lidia Maggi). |
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[Rif. 947] Segnalato in data: 27 Febbraio 2010 da: Giorgio
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| Titolo: |
CREDERE PERCHÉ? |
| Sottotitolo: |
Dieci parole chiave dell’esperienza cristiana |
| Autore: |
CARLO MARIA MARTINI |
| Casa Editrice: |
cooperativa culturale In dialogo |
| Scheda libro: |
Si tratta di un testo prezioso, dedicato ai giovani, per conoscere da vicino che cosa significa oggi dirsi cristiani, scritto dall’arcivescovo emerito di Milano. Con il suo inconfondibile stile efficace e sintetico il cardinale ripercorre dieci «parole chiave» che consentono di arrivare al cuore dell’esperienza cristiana e di comprenderne a fondo il significato. Vangelo, conversione, guarigione, croce, fede, sono alcuni degli itinerari che Martini offre ai suoi lettori, esortandoli a compiere con lui tutto il cammino, senza fermarsi ai luoghi comuni.
«Forse – scrive l’arcivescovo emerito – quando pensiamo al cristianesimo ci immaginiamo anzitutto una serie di doveri, di castighi, di minacce, di precetti, di rimorsi. È un errore. L’esperienza cristiana è fondamentalmente l’esperienza di una notizia buona, del tutto insperata, quasi incredibile nella sua capacità di dirci cose nuove e di trasformarci.»
In un tempo di incertezze, e di serrato confronto con altre culture e altre appartenenze credenti il volume di Carlo Maria Martini Credere perché si impone nella sua chiarezza estrema, come una sorta di agile «dizionario» per comprendere l’originalità e il contenuto essenziale della fede nel Cristo risorto.
Si tratta di un testo rivolto principalmente a un pubblico giovanile ma utile a chiunque voglia attingere alla sapienza del grande biblista, fine conoscitore dell’animo umano.
Milano, 15 febbraio 2010
Della stessa collana:
CARLO MARIA MARTINI – ENZO BIANCHI
LE SFIDE DEL TERZO MILLENNIO
Giovani alle prese con il mondo che cambia
Dello stesso autore, presso l’editrice In dialogo:
LIBERI DI CREDERE
I giovani verso una fede consapevole
Preghiamo i giornalisti che vogliano recensire i libri del cardinale Martini editi da In Dialogo di rivolgersi a
Cooperativa Oltre – Ufficio Stampa Azione Cattolica Ambrosiana
Daniela Palumbo – tel. 0267479017 – 3485677098
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[Rif. 946] Segnalato in data: 11 Febbraio 2010 da: Davide
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| Titolo: |
Ego Rosalia |
| Sottotitolo: |
La Vergine palermitana tra santità ed impostura |
| Autore: |
Giancarlo Santi |
| Casa Editrice: |
Ed. la Zisa, Palermo |
| Scheda libro: |
La controversa, e per tanti versi oscura, vicenda terrena della vergine venerata dai cittadini palermitani, e non solo, come santa patrona, e che la Chiesa celebra il 4 settembre, è da sempre avvolta nella leggenda e nel mistero. Ed è per tale motivo che è oltremodo preziosa l’opera che la casa editrice La Zisa di Palermo ( Giancarlo Santi , “Ego Rosalia. La Vergine palermitana tra santità ed impostura”, Ed. la Zisa, Palermo, pp. 464, euro 28) manda in libreria in questi giorni.
Il titolo del saggio, spiega l’autore, è stato suggerito dalle due parole con cui ha inizio l’iscrizione incisa dalla stessa Santa nella grotta della Serra Quisquina, l’eremo in cui la Romita visse prima di trasferirsi nella più nota cavità del Monte Pellegrino.
Attraverso il nome Sinibaldi, la terza parola incisa da Rosalia, il gesuita palermitano Giordano Cascini riuscì a ricostruire alcuni tratti della sconosciuta vita della Santa e soprattutto, la sua discendenza da Carlo Magno. Per avvalorare l’autenticità dell’incisione e fugare ogni dubbio d’impostura, Cascini raccontò nella sua celebre opera (Di Santa Rosalia Vergine Palermitana, libri tre) come avvenne alla Quisquina, quaranta giorni dopo il ritrovamento delle reliquie dell’Eremita sul Monte Pellegrino, la casuale scoperta dell’iscrizione da parte di due muratori palermitani. La narrazione di Cascini, ripresa più volte dagli storici, soprattutto gesuiti, ha fatto storia divenendo una delle credenze più diffuse tra i devoti. Quanto sappiamo di Rosalia Sinibaldi proviene dunque dalla Compagnia di Gesù.
Da sempre, tuttavia, sono stati avanzati dubbi sull’autenticità di tale iscrizione. L’ipotesi del falso è stata sostenuta in una coraggiosa opera, Santa Rosalia nella storia e nell’arte di monsignor Paolo Collura che sin dal suo primo apparire, nel 1977, ha segnato l’inizio di una nuova era negli studi rosaliani pur suscitando perplessità e polemiche. L’ipotizzata falsità del graffito infatti non è stata sufficientemente dimostrata: troppo sbrigativo è l’atto d’accusa formulato dal Religioso; poco credibile è la gratuita asserzione che la monaca bivonese Maria Roccaforte sia stata la responsabile della pia fraus. Se Collura “ripudia” come falsa l’iscrizione (e quindi il nome Sinibaldi e la discendenza carolingia di tale famiglia), prova però la storicità dell’Eremita attraverso il ricco regesto allegato alla sua opera in cui, sin dal 1196, è citato il nome di santa Rosalia.
Nel 1988 l’antropologo Valerio Petrarca ha colmato alcune lacune del frettoloso discorso di Collura individuando non solo un credibile responsabile dell’imposturaed il suo realistico movente, ma chiarendo anche il contesto storico-devozionale in cui maturò l’imbroglio. Con la suggestiva ricostruzione di Petrarca, l’affaireQuisquina diventa un autentico romanzo giallo in cui si narra di un intrigo palermitano tanto segreto quanto sconcertante. Se risultasse provato anche per via documentale quanto sostiene lo studioso, ovvero che l’iscrizione fu incisa dalla Compagnia di Gesù per costruire una degna Patrona di Palermo , ci troveremmo innanzi alla più clamorosa impostura religiosa del ‘600 siciliano.
Il graffito della Quisquina, ritenuto da alcuni frutto d’inganno e da altri un indelebile segno della santità della Romita, è l’ambiguo protagonista della ricerca condotta in Ego Rosalia. Il sottotitolo dato al libro vuole evidenziare tale incerta situazione. Il dibattito sull’autenticità dell’iscrizione è infatti aperto da quattro secoli e ancora non può ritenersi definitivamente chiuso.
Nel testo, quindi, si vogliono portare nuovi spunti di riflessione utili a dare un più realistico assetto alla questione. Quanto c’è di attendibile nelle affermazioni degli autori citati? Ė davvero possibile che l’iscrizione, l’unico documento conosciuto che sostiene l’identità storica di Rosalia “Sinibaldi”, sia un falso? I fatti che portarono all’avventurosa scoperta dell’iscrizione si verificarono davvero nel modo in cui sono stati raccontati dai gesuiti o sono stati intenzionalmente distorti per nascondere l’intervento manipolativo della stessa Compagnia di Gesù ? E se alla Quisquina si perpetrò un falso, chi ne fu l’autore? Forse Maria Roccaforte, come ipotizza Collura, o la Compagnia di Gesù come sostiene Petrarca?
Per rispondere a tali domande, l’autore racconta che gli è stato di fondamentale utilità lo studio dell’inedito manoscritto 2Qq E 88, pagg. 145v-167r, (Testes recepti et esaminati per curiam spiritualem…), della Biblioteca Comunale di Palermo. Il documento contiene le deposizioni giurate rese nel 1642 da dodici abitanti di Santo Stefano che furono testimoni della scoperta del graffito. Uno strumento indispensabile dunque per tentare di riordinare i confusi fatti accaduti alla Quisquina; avvenimenti in cui potrebbe nascondersi (e di fatto si nasconde) la chiave per risolvere l’enigma dell’iscrizione. Documento fondamentale, soprattutto perché si tratta dell’unica fonte non gesuita riguardante la scoperta del graffito.
Tuttavia, nonostante la sua importanza, forse perché poco gradito ai devoti o perché troppo scomodo per la Compagnia di Gesù , finora nessuno ha studiato in modo esaustivo il manoscritto. C’è dunque una grossa lacuna da colmare negli studi rosaliani. Soltanto il gesuita Johannes Stilting, un bollandista che scrisse nei primi decenni del ‘700, ne effettuò una breve sintesi negli Acta Sanctae Rosaliaeper convalidare in parte le asserzioni di Cascini e per sostenere ancora una volta la storicità di Rosalia “Sinibaldi”. Da allora l’assetto dato ai fatti che portarono alla scoperta del graffito non è stato messo in discussione; costituisce anzi un punto fermo della tematica rosaliana garantito dall’autorità della Compagnia di Gesù e quindi gradito in tutte le diocesi ove è diffuso il culto di santa Rosalia “Sinibaldi”; soprattutto a Santo Stefano Quisquina, a Bivona e nei limitrofi centri agrigentini, dove solidissima è la credenza che l’Eremita abbia abitato la grotta della Quisquina e vi abbia inciso l’iscrizione.
Ė dunque la prima volta che il manoscritto, per gentile concessione della Biblioteca Comunale di Palermo , viene pubblicato.
Servendosi del manoscritto citato e di altri documenti inediti, nel saggio l’autore studia il versante stefanese della vicenda santa Rosalia che fino ad oggi è stato affrontato di sfuggita, in subordine al suo più rilevante aspetto palermitano. Pertanto nella trattazione ha voluto tralasciare le scontate tematiche palermitane per approfondire invece la conoscenza dei fatti accaduti a Santo Stefano quando, nell’agosto del 1624, fu scoperto il graffito.
Il saggio si svolge come una detective story in cui, partendo dal dubbio, si indaga per svelare l’enigma nascosto nell’iscrizione. Santi ha, quindi, organizzato i nove capitoli del libro (preceduti da un prologo e seguiti da un epilogo) come gli atti di un procedimento giudiziario.
Dopo aver narrato nel prologo il suo incontro con l’iscrizione e la grotta della Quisquina e riassunto i fatti della peste palermitana che portarono all’improvviso risveglio della devozione per santa Rosalia, esamina nel primo capitolo le tesi della “difesa” gesuita (Giordano Cascini, Pietro Salerno e Johannes Stilting) portate a sostegno dell’autenticità del graffito. Nel successivo capitolo espone le ragioni dell’”accusa” (Di Mino, Collura e Petrarca) che dapprima sostiene concordemente la falsità del graffito ma diverge poi nell’identificare il responsabile del falso e le motivazioni che lo spinsero ad agire. Passa poi ad esaminare la posizione degli “indiziati di reato” (Maria Roccaforte, i gesuiti e gli stefanesi) ed a studiare la “scena del crimine” (la grotta della Quisquina), ipotizzando infine come fu materialmente realizzato il “reato” di falso.
I capitoli che seguono sono il cuore della ricerca. Il quarto, contiene le dodici testimonianze del manoscritto della Biblioteca Comunale per mezzo delle quali, nel successivo capitolo, ricostruisce minuziosamente lo scenario in cui si svolse la scoperta dell’iscrizione. Nel capitolo sesto metto poi in “contraddittorio” tale ricostruzione con il racconto degli stessi fatti tramandatoci da Cascini e Stilting. Nel confronto la versione dei gesuiti viene più volte smentita dai testimoni. Emerge così che la Compagnia di Gesù non solo ha ripetutamente omesso particolari rilevanti per la comprensione dei fatti che portarono alla scoperta ma altri ne ha riferito in modo inesatto. La versione dei gesuiti è dunque distorta e mendace; è una “falsa testimonianza” tendente a disinformare il lettore ed a pilotare il suo pensiero. Tutto ciò avvalora la ricostruzione di Valerio Petrarca.
Gli inevitabili sospetti nei confronti della Compagnia di Gesù palermitana, basati su elementi realistici ma indimostrabili per mancanza di documenti, vengono esposti ed analizzati nel capitolo settimo. In un capitolo a parte, l’ottavo, l’autore espone il sospetto più grave: il probabile ruolo svolto dai gesuiti del collegio di Bivona e da suor Maria Roccaforte (l’autrice, secondo Collura, della pia fraus) nella realizzazione del falso. Suor Maria, la visionaria cui santa Rosalia avrebbe rivelato la sua vita, fu probabilmente strumentalizzata dal suo confessore gesuita per appoggiare dall’esterno il falso della Quisquina ed introdurre nell’immaginario collettivo isolano quelle immagini fantastiche (la visione di Gesù nello specchio, la fuga dal palazzo reale, etc.) che poi diventarono i più solidi tratti della devozione popolare per la Santa.
Il capitolo nono contiene infine la “sentenza”. Dopo aver riordinato gli elementi emersi dall’indagine (più complessi di quanto abbiamo finora detto) ed averli messi in relazione, si è delineato un nuovo assetto della questione. Non folgoranti spiegazioni o prove certe dell’autenticità o meno dell’iscrizione, ma una più realistica lettura dei fatti che precedettero e seguirono la scoperta. Sulla base di questi nuovi elementi, ogni lettore potrà trarre le sue conclusioni ed emettere, per il “principio del libero convincimento” che regola l’operato del giudice, la sua “sentenza” schierandosi a favore della difesa o dell’accusa. Quanto alle sue conclusioni, cui non vincola il lettore, l’autore ritiene che l’iscrizione sia falsa e sia opera dei gesuiti.
Obiettivo del libro, lo ricordo, non è appurare la storicità di santa Rosalia ma soltanto accertare l’autenticità o meno dell’iscrizione della Quisquina. Se santa Rosalia “Sinibaldi” è stata inventata dai gesuiti palermitani, santa Rosalia resta comunque il misterioso personaggio di sempre la cui esistenza sembrerebbe provata dai documenti esibiti da padre Collura.
Al corpo principale del libro Giancarlo Santi ha aggiunto sette appendici in cui tratta altrettanti argomenti correlati alla vicenda che finora non sono stati trattati. Le prime quattro riguardano la grotta della Quisquina vista sia come “scena del crimine”, sia come luogo di culto amato e visitato dai pellegrini: la sua morfologia e le trasformazioni cui è stata sottoposta, l’iscrizione e le “false” incisioni che ad essa sono state più volte aggiunte creando la paradossale situazione del “falso su falso”. Nella quinta appendice descrive il primaverile pellegrinaggio dei devoti stefanesi all’eremo di Rosalia. Per facilitare la riflessione e la “sentenza” del lettore, la sesta e la settima appendice contengono infine le trascrizioni dei due principali documenti su cui è imperniata l’indagine: il testo degli Acta Sanctae Rosaliae in cui padre Stilting riassume ad usum delphini le dodici testimonianze del 1642 e soprattutto, le 43 pagine dell’inedito manoscritto 2Qq E 88 che ha consentito di guardare alla vicenda della Quisquina da una nuova ed obiettiva prospettiva.
Ben documentato e di facile lettura, il saggio si rivolge sia allo studioso, sia al lettore interessato ai segreti che si celano nella sfuggente vicenda di Rosalia “Sinibaldi”, illusoria immagine creata dagli uomini, caricatura della poco conosciuta ma storica santa Rosalia.
Giancarlo Santi, nato a Siracusa nel 1946, vive a Catania; giornalista pubblicista, ha collaborato con il Touring Club Italiano, con la terza pagina del quotidiano La Sicilia e con la rivista Etna Territorio di Catania scrivendo di feste popolari, di tradizioni religiose, di itinerari culturali siciliani. Nel 2001 ha pubblicato con l’editore Bolelli di Bologna La strada dei Santi, viaggio sentimentale per le feste religiose di Sicilia. Si interessa anche di speleologia ed è coautore dei libri Le grotte del territorio di Melilli (1997) edito dal Comune di Melilli e Dentro il Vulcano, le grotte dell’Etna (1999) edito dall’Ente Parco dell’Etna.
Il libro può essere ordinato anche direttamente dalla casa editrice attraverso il sitowww.lazisa.it
(recensione di Davide Romano)
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[Rif. 945] Segnalato in data: 11 Febbraio 2010 da: Davide
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| Titolo: |
AMERICA LATINA DAL BASSO |
| Sottotitolo: |
Storie di lotte quotidiane |
| Autore: |
Marco Coscione |
| Casa Editrice: |
Edizioni Punto Rosso/Carta |
| Scheda libro: |
Una raccolta di saggi, interviste, pagine di diario e storie di vita che ci raccontano il continente latinoamericano visto dal basso, con gli occhi degli attivisti, dei movimenti sociali, di ricercatori e giornalisti latinoamericani ed europei che conoscono a fondo il continente.
Indice
Prefazione (José Luiz del Roio)
Introduzione
Continuano a muoversi (Marco Coscione)
Capitolo 1
Un movimento di movimenti…
L’Altra Campagna: in basso e a sinistra (Lola Sepúlveda)
Ecuador al bivio: tra movimento, leadership e “rivoluzione cittadina” (Pablo Ospina Peralta)
Capitolo 2
…in difesa del diritto all’educazione…
Cile: il movimento “pinguino” (Marco Coscione)
El Salvador: costruendo l’utopia dall’università (Augusto Rigoberto López Ramírez)
La scuola di formazione politica del Movimento Indigeno e Contadino di Cotopaxi (María Belén Cevallos)
Capitolo 3
…e della Pacha Mama…
Uruguay: mobilitazione sociale in difesa dell’acqua (Raúl Zibechi)
La lotta del Movimento contadino paraguayano contro l’avanzata dell’agro-business
nel nuovo scenario politico (Marielle Palau)
Pascua Lama: il clamore di un popolo grida “Vogliamo vita, vogliamo acqua!” (Javier Karmy Bolton)
Capitolo 4
…con un maggior protagonismo cittadino…
Brasile: il bilancio partecipativo di Porto Alegre (Marco Coscione)
Potere popolare ed organizzazione locale: i Consigli Comunali in Venezuela (Dario Azzellini)
Capitolo 5
…e più informazione dalla base…
Multidirezionali e dialogici: i media della base in Venezuela (Malte Daniljuk)
La pazzia come forma di resistenza. Intervista a Hugo López, di Radio La Colifata
(Verónica Gago)
No al TLC, tra movimenti sociali e mezzi di comunicazione in Costa Rica (Jan
Ullrich)
Capitolo 6
…tra eguali ma differenti…
Nicaragua: con le nostre proprie parole, tessendo la nostra realtà di donne (Collettivo donne di Matagalpa)
Movimento LGBT in Cile 1973-2010: la guerra dei “colas” in vista del bicentenario della Nazione (Iván Falcón Pizarro)
Le donne nel Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra (MST).
Intervista a Maria do Carmo, dell’accampamento “Ho Chi Minh”, Minas Gerais, Brasile (Francesca Baggia)
Le dimenticate che continuano a morire…
Conversazione con Tatiana Sepúlveda, presidente di “Trans per il cambiamento” della città di Talca, Cile (Luís Venegas)
Capitolo 7
…occupando, resistendo e producendo…
Argentina: “Tessere il futuro” tra contadini, fabbriche recuperate e commercio equo (Marco Coscione)
Tra costruzione alternativa e conflitto: le sfide collettive dell’economia solidale e socialista in Venezuela (Dario Azzellini)
Capitolo 8
...riaffermando la propria anima indigena...
Territorialità del Potere Indigeno e rottura dello Stato Bianco-Meticcio: “Micro governi di quartiere” nella città di El Alto (Bolivia) (Pablo Mamani)
Colombia: resistenza indigena dal Nord del Cauca (Manuel Rozental e Vilma Almendra)
Genesi, esperienza, trasformazione e crisi del Movimento Indigeno Ecuadoriano (Alejandra Santillana y Stalin Herrera)
Capitolo 9
…in pace e senza dimenticare…
L’ombra degli invisibili… Rifugiati colombiani in Ecuador (Teresa Casanova)
Colombia: con le comunità in resistenza civile (Giuseppe Coscione)
“Siamo uscite per dare forma ad un’opzione di vita”. Intervista a Estela de Carlotto (Verónica Gago)
La lotta per l’identità (Marco Coscione)
Guatemala: dal basso e verso il futuro (Miguel Ángel Albizures y Ruth del Valle Cóbar)
Capitolo 10
…affinché un’altra America sia possibile!
Cile 2004, è arrivata l’allegria. Primo Foro Sociale Cileno: speranze,
sogni ed il bisogno di un mondo più giusto (Luís Venegas)
Ricordo del vero foro sociale… Caracas 2006 (Marco Coscione)
Il terzo Foro Sociale delle Americhe in Guatemala: suoni e colori dei popoli in
marcia (Luciana Ghiotto)
Per concludere… se è possibile (Marco Coscione)
Per richiedere una copia scrivete a marcocoscione@hotmail.com .
Per coloro che sono a Genova mettersi in contatto con coscio@tin.it; 0102920387.
Per coloro che bazzicano dalle parti di Roma mettersi in contatto con Serena wbudspencer@inwind.it.
Per la zona di Verona mettersi in contatto con Teresa teresacasanova@hotmail.com, una delle coautrici.
Per i milanesi, mettersi direttamente in contatto con la casa editrice, PUNTO ROSSO, in particolare con ROBERTO mapelli@puntorosso.it.
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[Rif. 944] Segnalato in data: 18 Dicembre 2009 da: Davide
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| Titolo: |
Barelle |
| Sottotitolo: |
I dispositivi mortificanti dell'ospedalizzazione |
| Autore: |
Nicola Valentino |
| Casa Editrice: |
Sensibili alle Foglie |
| Scheda libro: |
«”Il signore accanto a me si è sporcato di feci. Lo venga a pulire”.
“Sì, ora vengo”.
Passa mezz’ora e non viene.
Lo vado a cercare e gli ripeto la richiesta.
“Se aspetta altri cinque minuti viene il mio collega che monta per il turno di notte”.
“Ma il signore sta nelle feci da tempo, sbraita, la stanza puzza e dobbiamo dormire”.
E’ alle strette. Viene a fare a malincuore la pulizia» (1)
Quello che, qui sopra, è messo alle strette e deve intervenire a malincuore a fare pulizia è l’operatore sanitario, l’infermiere di turno: ha rimandato e rimandato una semplice operazione affinché se lo “sciroppasse” il collega del turno successivo. Ma davanti alle continue lamentele degli altri pazienti in corsia e dei parenti dei malati, ha dovuto per forza intervenire. Quella descritta sopra è una scena di “ordinaria amministrazione” che avviene sotto gli occhi di molte persone, in alcuni ospedali come viene spiegato in “Barelle – I dispositivi mortificanti dell’ospedalizzazione”, un interessante libro di denuncia curato da Nicola Valentino (Sensibili alle Foglie 2008), frutto di una ricerca commissionata nel 2007 a questa editrice dall’allora direttore dell’Azienda Sanitaria Bari2 «con l’intento di esplorare – si legge nell’introduzione al volume – i dispositivi totalizzanti del’istituzione ospedaliera; quei dispositivi relazionali deumanizzanti, caratteristici delle istituzioni totali (carceri, ospedali psichiatrici, manicomi giudiziari, campi di concentramento, istituzioni terminali per anziani) che possono essere attivi anche nell’ospedalizzazione della persona malata e risultare fonte del malessere, umano e professionale, per gli stessi operatori che li applicano». A questa richiesta se n’è aggiunta anche un’altra di un nutrito gruppo di lavoratori ospedalieri del Cardarelli di Napoli. Ne viene fuori un quadro inquietante delle strutture sanitarie descritte.
Soprattutto per ciò che riguarda la variabile Tempo che in campo medico, ospedaliero e sanitario, oltre all’urgenza ed alla tempestività d’intervento sul paziente al pronto soccorso ed al 118, è anche una variabile riguardante l’attesa come dimostrano i dati qui sotto citati:
Tempi d’attesa segnalati per alcune prestazioni diagnostiche
Mammografia, 540 giorni
Ecocolordopler, 420 giorni
Colonscopia con anestesia, 300 giorni
Risonanza magnetica, 270 giorni
Ecocardiogramma, 240 giorni
Ecografia tiroidea, 220 giorni
Tempi d’attesa segnalati per alcune visite specialistiche
Visita oculistica, 630 giorni
Visita senologica, 365 giorni
Visita ortopedica, 300 giorni
Visita fisiatrica, 220 giorni
(fonte: “Ai confini della sanità. I cittadini alle prese con il federalismo” Rapporto PiT Salute 2007, XI edizione. In www.cittadinanzattiva.it)
Nella tempistica “biblica” per gli esami clinici che abbiamo testè visto, quasi normalmente le persone si indirizzano verso la struttura sanitaria privata ed a pagamento che ritengono essere più veloce e più efficiente. E molto spesso per il 91% dei casi «la scelta è guidata: proposta dall’operatore in modo esplicito (73%) piuttosto che velato: “sarebbe meglio non tardare” (18%)» (2) .
Ma le attese in una istituzione totale come è l’ospedale sono anche altre, molto spesso più serie e drammatiche, oserei dire nel dna della struttura stessa e nella forma mentis della maggior parte degli operatori. Anche a partire dal pronto soccorso: ai pazienti in arrivo viene dato un cartellino rosso (codice rosso) se sono in pericolo di vita e devono avere la precedenza sugli altri, giallo che significa massima urgenza ma non pericolo di vita e dunque il paziente può attendere il suo turno senza passare davanti a nessuno. Poi via via altri codici di pazienti meno urgenti e non in serio pericolo di vita che dunque possono attendere anche delle ore nella sala d’aspetto del pronto soccorso.
Sentiamo però dalla viva voce di un paziente in attesa nella struttura di soccorso di un ospedale la sua vicenda:
«Gli era stato dato il cartellino giallo che significa massima urgenza ma non pericolo di vita, segnalato invece dal cartellino rosso. Per questo motivo un operaio ha atteso un’ora e più nel pronto soccorso, con la falange di un dito amputata, prima di abbandonare lì il pezzo di dito e cambiare ospedale. “Mi hanno lasciato per più di un’ora con dolori lancinanti – ha dichiarato – se osavo chiedere spiegazioni mi trattavano male”» (3).
Per chi è invece ricoverato la giornata del paziente è scandita in tutto e per tutto sempre da lunghe attese: «Aspetti il prelievo, la colazione, la pulizia della stanza e dei bagni, la visita medica, che è l’appuntamento più importante, il pranzo con la visita dei familiari, le visite specialistiche, la cena delle ore sei, e la visita pomeridiana dei familiari, infine l’ora buona per addormentarti. Questo impegno costante nell’attendere non mi consente di fare nulla. Mi ero portato un libro ma non sono riuscito a leggere nemmeno una pagina. Neppure il quotidiano riesco a leggere con la dovuta attenzione. La mente risulta sempre concentrata nell’attesa di un evento successivo. Anche un mio amico, che è stato ricoverato 20 giorni in ospedale, ha vissuto la stessa esperienza» (4)
Il tempo dell’attesa, dicevamo all’inizio, in una struttura ospedaliera per un paziente è psicologicamente snervante. Perché quel “si metta lì e aspetti” detto da un operatore sanitario (infermiere o medico) sembra un’attesa indefinita, angosciante. Soprattutto se si attendono gli esisti di una visita, di un esame importante che decreta la vita o la morte. Oppure la nascita di un figlio e si sente la propria moglie urlare dietro una porta e non si è deciso di assisterla durante il parto.
Per analogia le lunghe attese sono presenti in qualunque istituzione totalizzante come nei manicomi, nelle carceri e nei campi di concentramento. In queste ultime strutture i nazisti uccidevano simbolicamente due volte le persone, prima una “uccisione psicologica” con le attese e poi quella fisica. Come ebbe a dire «Settimia Spizzichino: “Ad Auschwitz ci ammazzavano con le attese!”» (5).
Eppure l’attesa è un affidarsi ciecamente delle mani di un medico, di un chirurgo, di un infermiere come se avessero quasi una sorta di bacchetta magica per farci guarire.
Ma l’attesa è ormai diventata uno status ospedaliero, una sorta di “malattia cronica” dei nosocomi e il malato non a caso viene chiamato paziente cioè «colui che soffre, dalla radice etimologica di patire, ma è anche chi attende e persevera con tranquillità»5. Fare aspettare vuol dire comunque che la struttura ospedaliera ed i suoi dipendenti in qualche modo hanno una forma di dominio sul paziente e lui stesso ne viene catturato: trascorre il tempo a pensare che cosa succederà dopo l’attesa, che cosa si aspetta dall’attesa, se una buona o una cattiva notizia. Quindi non ha più «l’autonomia di potersene andare» (6).
E il tempo di attesa psicologicamente si dilata per cui la mezz’ora di attesa per un ricovero sembra essere un’eternità: «Devono ricoverarmi per un intervento chirurgico programmato. L’impiegato non mi ha informato di nulla, mi ha detto soltanto: “La chiamo io”. Mi telefona un’amica, le rispondo che sto aspettando da molto, da mezz’ora. Lei osserva che in fondo mezz’ora non è tanto, ed ha ragione. Ma a me sembra tantissimo, tutte le persone al piano terra dell’accettazione passano da un’attesa all’altra» (7)
Il tempo in ospedale è una continua attesa senza che nessuno dia delle spiegazioni. Allora l’attesa diventa anche smarrimento, tensione e paura.
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(1) “Barelle – I dispositivi mortificanti dell’ospedalizzazione” a cura di Nicola Valentino, ed. Sensibili alle Foglie 2008, p. 62
(2) “Ai confini della sanità. I cittadini alle prese con il federalismo” Rapporto PiT Salute 2007, XI edizione. In www.cittadinanzattiva.it
(3) La Repubblica, 7 novembre 2000 in “Barelle – I dispositivi mortificanti dell’ospedalizzazione” a cura di Nicola Valentino, ed. Sensibili alle Foglie 2008, p. 58
(4) “Barelle – I dispositivi mortificanti dell’ospedalizzazione” a cura di Nicola Valentino, ed. Sensibili alle Foglie 2008, p. 59
(5) Ibidem p. 58
(6) Ibidem p. 59
(7) Ibidem p. 60
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[Rif. 943] Segnalato in data: 14 Dicembre 2009 da: Davide
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| Titolo: |
Lo scisma silenzioso |
| Sottotitolo: |
Dalla casta clericale alla profezia della fede |
| Autore: |
Cappelli Piero |
| Casa Editrice: |
Gabrielli |
| Scheda libro: |
La missione dei cristiani in un mondo laico è quella di ricordare che la finalità della storia, la finalità della vita e la finalità della politica è sempre la stessa: operare per la riconciliazione". Su queste premesse, tratte dalla prefazione di Arturo Paoli, il libro analizza le contraddizioni e i conflitti, spesso duri e profondi, in atto da tempo all'interno della Chiesa Cattolica, tra la gerarchia, con il mondo clericale che la sostiene, e il variegato "popolo cattolico" - fedeli, sacerdoti e religiosi - che nella pratica e nel pensiero hanno posizioni diverse e contrastanti rispetto alla dottrina ufficiale. Si tratta di un vero e proprio "scisma", seppur silente, non dichiarato, perché non è dato spazio alla sana controversia e al dialogo. I I dissidenti, soprattutto teologi e sacerdoti, pagano con l'emarginazione e l'esclusione. L'autore analizza i fondamenti teologici/biblici/comunicativi e i processi che sostengono questo tipo di Chiesa, e conclude indicando piste di lavoro e di comunicazione ecclesiale per una nuova comunità-chiesa dove il dialogo e la profezia permettano un rinnovamento nel segno della Fede, della Speranza e della Carità. |
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[Rif. 2] Segnalato in data: 24 Novembre 2009 da: Danilo
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| Titolo: |
Il quaderno |
| Sottotitolo: |
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| Autore: |
Josè Saramago |
| Casa Editrice: |
Boringhieri |
| Scheda libro: |
Dagli ultimi atti del mandato di George W. Bush alle intemperanze del nostro presidente del consiglio, dalla crisi finanziaria che ha sconvolto i mercati occidentali alle polemiche su Guantànamo, dalla libertà limitata di Roberto Saviano ai recenti bombardamenti sulla Striscia di Gaza: "Il quaderno" raccoglie gli interventi pubblicati da Saramago sul suo blog tra il settembre 2008 e il marzo 2009, contributi fulminei e taglienti - al centro di polemiche tutte italiane - capaci di stilare una lucida, ironica e appassionata cartella diagnostica del nostro presente. E se a scandire il tempo e a dettare l'urgenza di queste cronache sono gli accadimenti del mondo, è la poesia più vera a ispirare le pagine dedicate alla notte in cui Obama ha vinto le elezioni americane, al ricordo di Fernando Pessoa o di Rosa Parks la sarta di Montgomery, Alabama, che viaggiando in autobus si rifiutò di cedere il posto a una persona di razza bianca -, come pure l'omaggio alla città di Lisbona o l'episodio del ritorno alla Torre di Belém della statua dell'elefante che dà il titolo al suo ultimo romanzo. Contributi vibranti, densi di acume e fervida immaginazione, che ci rivelano un Saramago, come scrive Umberto Eco nella prefazione, "impenitentemente irritato, e tenero". |
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[Rif. 1] Segnalato in data: 23 Novembre 2009 da: Danilo
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