Capodistria, la memoria della pace tradita dalla retorica militare: la denuncia dello storico sindaco Aurelio Juri
Data: 29 Ottobre 2026
Autore: Laura Tussi
Capodistria, la memoria della pace tradita dalla retorica militare: la denuncia dello storico sindaco Aurelio Juri di Laura Tussi
A 35 anni dalla partenza dell’ultimo soldato dell’esercito jugoslavo, l’ex sindaco di Capodistria e già membro del Parlamento europeo Aurelio Juri contesta la trasformazione di una ricorrenza storica in una celebrazione della potenza militare. Dalla smilitarizzazione auspicata nel 1990 alla mediazione durante la guerra dei dieci giorni del 1991, il suo racconto richiama il valore della pace, della convivenza e della responsabilità politica.
Una piazza, due idee di sovranità
Capodistria, città istriana della Slovenia affacciata sull’Adriatico, custodisce una memoria nella quale si intrecciano identità culturali, convivenza tra comunità, antifascismo e aspirazioni di pace. È da questa storia che prende le mosse la lettera di Aurelio Juri, politico e giornalista sloveno di nazionalità e madrelingua italiana, nato in una famiglia di cultura italiana a Pola e protagonista della vita pubblica di Capodistria, dove ha ricoperto anche la carica di sindaco.
Il suo intervento, datato 26 ottobre 2026, è una presa di posizione contro il significato attribuito alle recenti celebrazioni della Giornata della sovranità slovena e del trentacinquesimo anniversario della partenza dell’ultimo soldato dell’Esercito popolare jugoslavo, la JNA. Ma è anche una riflessione più ampia sul rapporto tra indipendenza nazionale e militarizzazione, sulla memoria della Resistenza e sul rischio che una ricorrenza nata per ricordare la fine di una presenza militare venga utilizzata per esaltare la forza delle armi.
Juri si rivolge direttamente a Janez Janša, esponente della destra slovena, contestando il carattere della cerimonia celebrata a Capodistria. La sua critica non riguarda soltanto il protocollo o la quantità di mezzi militari esposti: investe il significato politico e storico di una manifestazione che, a suo giudizio, avrebbe trascurato la tradizione pacifista della città e le aspirazioni di quanti, durante la crisi jugoslava, cercarono di evitare che il conflitto producesse ulteriori vittime.
Il titolo scelto per la lettera, Capodistria, violata…, esprime proprio questa frattura. Per Juri, a essere offesa non è soltanto una città, ma anche la memoria di una comunità che aveva immaginato la propria indipendenza come occasione per liberarsi dalla presenza militare e costruire un futuro fondato sulla convivenza.
Anton Ukmar e il significato storico della piazza
Uno dei passaggi centrali della lettera riguarda la piazza che porta il nome di Anton Ukmar, comandante partigiano, antifascista e combattente nella guerra civile spagnola. Juri richiama la figura di questo protagonista della lotta contro il fascismo per sottolineare la distanza tra la memoria della Resistenza e una celebrazione che, nella sua interpretazione, attribuisce un peso eccessivo alla dimensione militare.
Il riferimento non è casuale. Nell’area istriana, la storia del Novecento è segnata dall’esperienza del fascismo, dalla guerra, dalle persecuzioni, dai conflitti nazionali e dalle profonde trasformazioni dei confini. In questo contesto, la memoria partigiana rappresenta per una parte della popolazione non soltanto il ricordo di una lotta armata, ma anche quello della liberazione dal fascismo e della rivendicazione di diritti sociali e nazionali.
Juri richiama inoltre un’iscrizione presente sulla parete frontale della sala delle adunanze del Palazzo Pretorio di Capodistria: «Pax in hac civitate et in omnibus habitantibus in ea», ossia «Pace in questa città e a tutti i suoi abitanti».
È un messaggio che attraversa i secoli e che l’ex sindaco considera ancora attuale. La pace, in questa prospettiva, non è un ornamento retorico da aggiungere ai discorsi ufficiali, ma un principio che dovrebbe orientare le decisioni delle istituzioni, soprattutto quando si affrontano questioni di sicurezza e di difesa.
L’iscrizione richiama anche una stagione più antica della storia cittadina, quando Capodistria godeva di uno speciale status di autonomia nei rapporti con la Repubblica di Venezia. Al di là delle differenze tra epoche e ordinamenti, Juri individua in quella tradizione un’aspirazione alla convivenza che ritiene ancora capace di parlare al presente.
Il progetto di una Capodistria smilitarizzata
Per comprendere la portata della sua denuncia occorre tornare all’autunno del 1990, quando la Slovenia si preparava a decidere il proprio futuro attraverso il referendum sull’indipendenza. In quel momento, mentre le tensioni con le autorità federali jugoslave crescevano, l’Assemblea municipale di Capodistria adottò all’unanimità una dichiarazione sullo status di smilitarizzazione del Comune.
Juri, che presiedeva quell’assemblea, ricorda come l’iniziativa fosse stata sostenuta anche da esponenti dell’opposizione locale riconducibili al Demos, la coalizione democratica slovena che avrebbe avuto un ruolo centrale nella costruzione del nuovo Stato. L’obiettivo era impedire l’insediamento di ulteriori strutture militari e fare dell’Istria slovena una zona di pace, libera da nuove presenze armate.
L’iniziativa si inseriva in un movimento pacifista più ampio, che nel febbraio 1991 aveva promosso una dichiarazione nazionale per la pace, proponendo un rapido processo di disarmo e smilitarizzazione della Slovenia. La proposta fu respinta dal governo repubblicano, che riteneva necessario rafforzare le capacità difensive del Paese di fronte alle minacce provenienti dall’Esercito popolare jugoslavo.
La storia avrebbe dato ragione alle preoccupazioni sulla possibilità di un conflitto. Il 26 giugno 1991, dopo la proclamazione dell’indipendenza slovena, le forze federali intervennero militarmente: cominciò così la guerra dei dieci giorni, che avrebbe segnato il primo passaggio decisivo della dissoluzione della Jugoslavia.
Ma, nella ricostruzione di Juri, il fatto che il governo avesse ritenuto indispensabile prepararsi militarmente non cancella il valore dell’alternativa pacifista. La necessità di difendersi da un attacco, infatti, non coincide automaticamente con la rinuncia a perseguire la riduzione delle armi e la ricerca di soluzioni politiche. È questa distinzione che attraversa tutta la sua testimonianza.
Giugno 1991: la mediazione per evitare altre vittime
È soprattutto nel racconto dei giorni della guerra che la lettera assume un significato personale. Durante il conflitto, Juri si impegnò nella mediazione tra l’Esercito popolare jugoslavo e le forze slovene, cercando di impedire che le ostilità si estendessero a Capodistria e alle zone circostanti.
La situazione era estremamente delicata. Il 29 giugno, a Škofije, uno scontro a fuoco aveva provocato la morte di tre giovani soldati della JNA. L’episodio rischiava di aggravare ulteriormente la tensione e di trascinare la zona costiera in una spirale di rappresaglie.
Secondo il racconto di Juri, la scelta delle autorità locali fu quella di mantenere aperto il canale del negoziato con le forze federali, pur nel contesto di un conflitto ormai in corso. L’obiettivo era limitare i danni alle persone e alle infrastrutture, evitando che la contrapposizione militare si trasformasse in una tragedia ancora più grave.
La mediazione contribuì a scongiurare un’escalation nell’area di Capodistria e consentì di mantenere il cessate il fuoco concordato fino alla partenza delle unità federali, il 3 luglio. Juri ricorda quella scelta come la conferma che, anche in una situazione di guerra, la politica può conservare uno spazio di iniziativa e che la protezione della popolazione deve rimanere una priorità.
È un aspetto importante della sua testimonianza: la pace non viene presentata come una posizione astratta, separata dalle condizioni reali del conflitto, ma come un lavoro concreto di mediazione, assunzione di responsabilità e ricerca di accordi. Un lavoro che, in quei giorni, comportava rischi personali e richiedeva di trattare anche con una forza militare considerata avversaria.
La vicenda dimostra inoltre quanto le amministrazioni locali possano svolgere un ruolo decisivo nei momenti di crisi. Quando le decisioni strategiche vengono prese a livello nazionale o internazionale, sono spesso le comunità direttamente coinvolte a dover gestire le conseguenze immediate delle operazioni militari: la sicurezza dei residenti, la protezione delle infrastrutture, la prevenzione degli scontri e la necessità di mantenere aperti i canali di comunicazione.
Il 25 ottobre 1991 e la partenza dell’ultimo soldato
La seconda data fondamentale nella memoria di Juri è il 25 ottobre 1991, quando oltre tremila militari federali raggiunsero Capodistria per lasciare il territorio della Slovenia indipendente, imbarcandosi dal porto entro la mezzanotte. L’operazione, ricordata come la partenza dell’ultimo soldato della JNA, segnò simbolicamente la conclusione della presenza militare federale nel nuovo Stato.
La mattina seguente, il 26 ottobre, si svolse una cerimonia commemorativa alla quale parteciparono importanti rappresentanti politici sloveni, tra cui Igor Bavčar e Milan Kučan, insieme a migliaia di militari della Difesa territoriale, agenti di polizia e cittadini.
Juri fu invitato a pronunciare il discorso conclusivo. In quell’occasione, davanti a una platea composta in larga parte da rappresentanti delle forze armate e delle istituzioni, scelse di richiamare una prospettiva che andava oltre la celebrazione della sovranità appena conquistata: salutò «l’inizio della graduale smilitarizzazione della Slovenia».
La frase non venne accolta dagli applausi. Juri ricorda di essere stato l’unico oratore a non ricevere alcuna manifestazione di consenso da parte del pubblico presente. Non se ne stupì, ma non rinnegò le proprie convinzioni: tacere, sostiene, avrebbe significato tradire se stesso.
In quel momento si manifestava una contraddizione destinata a rimanere attuale. Per alcuni, l’indipendenza significava innanzitutto la possibilità di costruire uno Stato sovrano, dotato di istituzioni e capacità militari proprie. Per altri, quella stessa indipendenza avrebbe dovuto aprire la strada a una trasformazione più profonda, nella quale la sicurezza fosse progressivamente separata dalla logica della presenza armata e affidata anche alla diplomazia, alla cooperazione e al disarmo.
Non si tratta necessariamente di alternative assolute. Uno Stato può riconoscere le proprie esigenze di difesa e, nello stesso tempo, perseguire politiche di distensione. Il problema, nella lettura di Juri, nasce quando la dimensione militare diventa il centro simbolico della memoria nazionale, relegando in secondo piano le aspirazioni di pace che avevano accompagnato la nascita del Paese.
La celebrazione del 2026 e la contestazione dei cittadini
Trentacinque anni dopo, secondo Juri, la stessa contraddizione è riemersa con forza durante le celebrazioni della Giornata della sovranità. L’ex sindaco descrive una cerimonia caratterizzata da una consistente presenza delle Forze armate slovene, salve d’artiglieria, esposizioni di armi ed equipaggiamenti, sorvoli di velivoli da combattimento e partecipazione di unità navali e delegazioni militari straniere.
Nella sua valutazione, la quantità di uniformi e mezzi militari avrebbe raggiunto una dimensione senza precedenti nella memoria recente della città. Il contrasto con la tradizione pacifista di Capodistria costituisce il fulcro della sua critica.
Juri sottolinea inoltre la distanza tra i partecipanti ufficiali e una parte della popolazione locale. A suo giudizio, tra gli invitati presenti alla cerimonia prevalevano persone provenienti da fuori città, mentre all’esterno si manifestava il dissenso di cittadini che contestavano il governo e il suo indirizzo politico.
Le ragioni della protesta, nella sua ricostruzione, andavano oltre il carattere militarista dell’evento. Riguardavano anche il rapporto del governo con la memoria partigiana, la magistratura, i sindacati, la società civile e l’emittente pubblica RTV Slovenija.
L’ex sindaco racconta di avere ricevuto anch’egli un invito alla cerimonia, ma di aver scelto di unirsi ai manifestanti. Una decisione che presenta come coerente con la propria storia personale e con le convinzioni maturate nel corso della guerra del 1991.
La sua lettera è quindi anche una critica politica al governo e alla figura di Janša. Juri contesta duramente il suo orientamento e richiama le controversie legate alla memoria della guerra e alle posizioni assunte nei confronti di esponenti politici e militari. Sono giudizi polemici che appartengono alla posizione dell’autore e che vanno letti nel contesto del confronto politico sloveno.
Al di là dello scontro tra governo e opposizione, rimane però una questione di interesse generale: chi rappresenta la comunità quando una cerimonia istituzionale viene contestata da una parte dei cittadini? E quale significato assume una ricorrenza nazionale quando il suo apparato simbolico sembra allontanarsi dalla memoria e dalle sensibilità del luogo in cui viene celebrata?
La sovranità non coincide con la militarizzazione
La riflessione di Juri invita a distinguere due concetti spesso sovrapposti nel dibattito pubblico: sovranità e militarizzazione. La prima riguarda la capacità di una comunità politica di decidere autonomamente il proprio futuro; la seconda indica il peso assunto dalle strutture militari, dagli armamenti e dalla preparazione alla guerra nella vita dello Stato.
La sovranità può certamente comprendere strumenti di difesa. Ma non obbliga una società a fare della forza militare il principale elemento della propria identità nazionale. Allo stesso modo, la memoria di un conflitto non deve necessariamente tradursi in una celebrazione permanente degli strumenti che lo hanno combattuto.
Il caso di Capodistria mostra quanto sia delicato il rapporto tra memoria storica e rappresentazione istituzionale. La partenza dell’ultimo soldato della JNA può essere ricordata come il momento in cui la Slovenia consolidò la propria indipendenza. Ma può anche essere interpretata come l’occasione per riflettere sul prezzo della guerra e sulla possibilità di costruire una sicurezza che non dipenda esclusivamente dalla contrapposizione tra apparati militari.
La testimonianza di Juri non nega le difficoltà affrontate dalla Slovenia nel 1991, né cancella le ragioni per cui le istituzioni ritennero necessario organizzare la difesa del Paese. Piuttosto, ricorda che anche nei momenti più drammatici esistono scelte diverse e che la mediazione politica può contribuire a salvare vite umane.
È questo il significato più concreto del suo richiamo alla pace: non un’aspirazione ingenua, ma un principio che deve misurarsi con le situazioni reali, anche quando le condizioni sembrano rendere inevitabile il ricorso alle armi.
La memoria della Resistenza come patrimonio di convivenza
Il riferimento ad Anton Ukmar e alla tradizione partigiana assume, in questo quadro, un valore particolare. Per Juri, la memoria antifascista non dovrebbe essere ridotta a una commemorazione rituale, ma mantenere una funzione attiva nel presente, ricordando il costo della violenza politica e l’importanza della solidarietà tra persone e comunità.
Nell’area di confine tra Italia e Slovenia, questa riflessione ha una dimensione ulteriore. La storia istriana è stata segnata da conflitti nazionali, spostamenti di popolazione, repressioni e trasformazioni territoriali che hanno lasciato ferite profonde. Proprio per questo, la convivenza non può essere considerata un risultato acquisito una volta per tutte: richiede memoria, rispetto e capacità di riconoscere la complessità delle esperienze storiche.
La pace evocata dall’iscrizione del Palazzo Pretorio non significa dimenticare il passato o cancellare le responsabilità. Significa, al contrario, impedire che il ricordo delle sofferenze venga utilizzato per alimentare nuove contrapposizioni.
In una città come Capodistria, dove si incontrano la lingua italiana e quella slovena, tradizioni culturali diverse e una lunga storia di relazioni adriatiche, il richiamo alla convivenza assume un significato che supera i confini nazionali. La memoria locale può diventare una risorsa per immaginare rapporti europei fondati sulla cooperazione, sulla tutela delle minoranze e sulla soluzione pacifica delle controversie.
Una lezione che riguarda anche l’Europa
La vicenda raccontata da Juri si inserisce in un dibattito più ampio, che riguarda oggi molti Paesi europei: come conciliare la necessità di garantire la sicurezza con il rischio che la preparazione militare diventi il criterio dominante delle politiche pubbliche.
Le guerre in corso, il deterioramento delle relazioni internazionali e il ritorno della competizione tra potenze hanno riportato il tema della difesa al centro dell’agenda politica. In questo contesto, le posizioni pacifiste vengono spesso giudicate attraverso una contrapposizione semplificata tra realismo e idealismo.
La storia di Capodistria suggerisce una prospettiva più articolata. Il tentativo di evitare un’escalation nel giugno 1991 non fu una dichiarazione astratta contro la guerra, ma un’iniziativa concreta condotta mentre il conflitto era già iniziato. La ricerca di un accordo con l’avversario non significava ignorare la situazione militare, bensì cercare di limitarne le conseguenze sulla popolazione.
Da questa esperienza emerge un principio che conserva la propria attualità: la capacità di difendersi non esaurisce la responsabilità politica. Occorre anche valutare quali strumenti possano ridurre il rischio di conflitto, preservare i canali diplomatici e impedire che le tensioni producano conseguenze irreversibili.
La pace, inoltre, non può essere misurata soltanto dall’assenza temporanea di combattimenti. Richiede istituzioni credibili, relazioni internazionali stabili, rispetto dei diritti e disponibilità a riconoscere gli interessi legittimi delle comunità coinvolte.
Capodistria, una memoria ancora aperta
La lettera di Aurelio Juri è una testimonianza personale e, insieme, un intervento nel dibattito politico sloveno. La sua forza deriva soprattutto dal legame tra le convinzioni dichiarate e l’esperienza vissuta: l’impegno per la smilitarizzazione, la mediazione durante la guerra, il discorso pronunciato alla partenza dell’ultimo soldato federale e, oggi, il rifiuto di partecipare a una cerimonia che considera distante dalla propria idea di sovranità.
Il suo racconto non esaurisce le diverse interpretazioni della storia slovena e non cancella le ragioni di chi considera le Forze armate una componente essenziale della sicurezza nazionale. Tuttavia, pone una domanda che merita di essere affrontata senza liquidarla come una semplice contrapposizione ideologica: quale futuro si vuole costruire a partire dalla memoria di una guerra?
Se la fine della presenza militare jugoslava viene ricordata soltanto attraverso armi, uniformi e dimostrazioni di forza, si rischia di perdere una parte essenziale del significato di quella giornata. Se invece la ricorrenza diventa anche un’occasione per discutere di prevenzione dei conflitti, diplomazia e responsabilità verso le popolazioni civili, la memoria può trasformarsi in uno strumento utile per il presente.
È questo, in definitiva, il messaggio che attraversa la lettera di Juri: l’indipendenza non dovrebbe essere considerata soltanto una conquista da difendere, ma anche una responsabilità da esercitare. E la sovranità di una comunità si misura non soltanto dalla capacità di proteggere il proprio territorio, ma anche dalla libertà di scegliere quale società costruire e quale posto assegnare alla pace.
A Capodistria, il motto latino che invoca la pace per la città e per tutti i suoi abitanti continua così a rappresentare un criterio con cui interrogare le scelte del presente. Non una formula da ripetere nelle occasioni ufficiali, ma un impegno da verificare nei fatti, soprattutto quando la storia torna a mettere alla prova il rapporto tra sicurezza, libertà e convivenza.
Laura Tussi
|