Disarmo e giustizia sociale vanno insieme. Il messaggio di “Narrazioni di Pace”. “La guerra inevitabilmente alimenta la repressione all’interno”. Su Youtube la presentazione del nuovo libro di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici
Data: 29 Ottobre 2026
Autore: Laura Tussi
Disarmo e giustizia sociale vanno insieme. Il messaggio di “Narrazioni di Pace”. “La guerra inevitabilmente alimenta la repressione all’interno”. Su Youtube la presentazione del nuovo libro di Laura Tussi e Fabrizio Cracolici Di redazione -28/10/2026
Dal libro “Narrazioni di pace” (Tau edizioni) l’appello a costruire un’alternativa alla militarizzazione. Paolo Ferrero denuncia i rischi dell’intelligenza artificiale applicata alle armi, Giorgio Cremaschi collega il riarmo alla compressione dei diritti e delle libertà, mentre Laura Tussi e Fabrizio Cracolici rilanciano il valore della cultura della nonviolenza
La pace non può essere ridotta a una dichiarazione di principio né affidata esclusivamente alla diplomazia quando le guerre si moltiplicano, le spese militari crescono e il linguaggio pubblico sembra abituarsi alla violenza. Deve diventare una cultura condivisa, un impegno quotidiano e una scelta politica capace di incidere sulle relazioni internazionali, sull’economia e sulla vita delle persone. È il filo conduttore del dibattito dedicato al libro Narrazioni di pace, promosso da Laura Tussi e Fabrizio Cracolici, con gli interventi, tra gli altri, di Paolo Ferrero, Giorgio Cremaschi, Giorgio Mancuso, e Tiziana Volta, impegnata nella Marcia mondiale per la pace e la nonviolenza.
L’incontro ha riunito esperienze diverse del pacifismo, dell’impegno sociale e della cultura, proponendo una riflessione che va oltre la denuncia dei conflitti. La questione centrale è come impedire che la guerra venga considerata inevitabile e che il riarmo sia presentato come l’unica risposta possibile alle insicurezze del presente.
L’intelligenza artificiale non può decidere chi deve vivere e chi deve morire
Uno dei passaggi più significativi del confronto è stato dedicato all’impiego dell’intelligenza artificiale nei sistemi militari. Paolo Ferrero ha ripreso una considerazione del cardinale Matteo Maria Zuppi, secondo cui gli algoritmi non possono decidere della vita e della morte, per mettere in guardia dalla crescente automazione della guerra.
Nel suo intervento, Ferrero ha richiamato il caso dei droni e dei sistemi informatici utilizzati per individuare gli obiettivi, sostenendo che l’affidamento delle decisioni a meccanismi automatici può moltiplicare gli effetti distruttivi dei conflitti. Ha descritto il rischio che, quando un sistema non individua un bersaglio militare entro determinati limiti operativi, finisca per rivolgersi verso altri obiettivi, con conseguenze potenzialmente devastanti per la popolazione civile.
Le specifiche tecniche e le responsabilità relative agli esempi citati richiedono verifiche indipendenti. Il problema politico e morale sollevato nel dibattito resta tuttavia cruciale: nessuna innovazione tecnologica può trasformare l’uccisione in un’operazione neutrale, sottratta alla responsabilità umana e al diritto internazionale.
L’intelligenza artificiale può essere impiegata per favorire la conoscenza, la creatività e la cooperazione, ma può anche diventare uno strumento di sorveglianza e di guerra. La scelta non è scritta nella tecnologia: dipende dagli interessi che la orientano, dai limiti imposti e dal controllo democratico esercitato sul suo utilizzo.
La sicurezza non può essere costruita contro la sicurezza degli altri
Ferrero ha affrontato anche il nodo della guerra in Ucraina, richiamando il principio della sicurezza indivisibile. La pace, nella sua lettura, non può essere raggiunta immaginando che la sicurezza di un Paese dipenda dall’insicurezza permanente di un altro. Un accordo duraturo dovrebbe considerare le esigenze di sicurezza dell’Ucraina, della Russia e degli Stati europei, attraverso un negoziato capace di affrontare le ragioni del conflitto e di individuare garanzie condivise.
È una prospettiva che si contrappone alla logica secondo cui la conclusione della guerra dovrebbe coincidere soltanto con la sconfitta dell’avversario. La ricerca di un compromesso non significa ignorare le responsabilità o rinunciare ai diritti delle popolazioni aggredite: significa riconoscere che una pace stabile richiede accordi credibili, protezione dei civili e strumenti diplomatici in grado di ridurre il rischio di una nuova escalation.
Ferrero ha esteso questa riflessione al Medio Oriente, criticando una concezione della sicurezza israeliana che, secondo la sua analisi, finisce per negare analoghe garanzie a palestinesi e agli altri popoli della regione. Una sicurezza fondata sulla vulnerabilità permanente degli altri non può produrre una convivenza pacifica. Il principio deve essere universale: nessun popolo può rivendicare per sé una protezione assoluta negandola agli altri.
Giorgio Cremaschi: la guerra esterna diventa repressione interna
Il contributo di Giorgio Cremaschi ha allargato il campo della discussione, collegando le politiche di guerra alla trasformazione delle democrazie europee. La sua tesi è netta: la militarizzazione delle relazioni internazionali non rimane confinata alla politica estera, ma può tradursi anche in una crescente pressione sulla società, sui lavoratori, sugli studenti e sui movimenti di protesta.
Cremaschi ha richiamato le radici storiche del fascismo, ricordando il legame tra la Prima guerra mondiale, l’interventismo e l’affermazione delle reazioni autoritarie in Europa. Senza identificare meccanicamente epoche e regimi diversi, ha invitato a riconoscere il pericolo insito nella normalizzazione del linguaggio bellico, nella costruzione di nemici permanenti e nella presentazione del dissenso come una minaccia da neutralizzare.
Nel suo ragionamento, il riarmo e l’irrigidimento delle politiche di sicurezza procedono insieme alla limitazione degli spazi di partecipazione. I governi, ha osservato, tendono a rispondere alle mobilitazioni sociali con misure repressive, mentre faticano a confrontarsi con le ragioni della protesta e con il disagio di chi vede restringersi le proprie prospettive di vita.
La critica investe anche l’uso politico della paura. Quando il dibattito pubblico viene dominato dall’emergenza, diventa più facile giustificare nuovi strumenti coercitivi e più difficile discutere delle alternative. Per Cremaschi, contrastare la guerra significa quindi anche difendere il diritto di sciopero, la libertà di manifestazione e la possibilità di contestare le decisioni dei governi.
Giovani, dissenso e diritto a immaginare il futuro
Un passaggio importante dell’incontro ha riguardato le nuove generazioni. Nel dibattito è emerso il rifiuto di ridurre le mobilitazioni giovanili a un fenomeno di disordine o a una questione di sicurezza pubblica. La protesta, soprattutto in un contesto segnato da guerre, precarietà e incertezza, può esprimere la domanda di un futuro diverso.
Cremaschi ha sostenuto che la politica dovrebbe ascoltare le ragioni del dissenso anziché ricorrere automaticamente alla repressione. Le responsabilità di eventuali episodi di violenza devono essere accertate, ma non possono diventare il pretesto per criminalizzare intere generazioni o delegittimare ogni forma di contestazione.
La domanda che attraversa questo passaggio è anche sociale: quale futuro può essere offerto a chi cresce in un mondo nel quale il denaro pubblico viene destinato al riarmo, mentre restano urgenti i bisogni di scuole, sanità, abitazioni, salari e servizi? La scelta tra spesa militare e investimenti sociali non esaurisce tutte le complessità dei bilanci pubblici, ma rappresenta una questione politica che non può essere sottratta al confronto democratico.
Cremaschi ha richiamato, in questo quadro, le mobilitazioni sindacali e le iniziative internazionali dei lavoratori portuali contro la guerra e il coinvolgimento delle infrastrutture logistiche nel trasporto di armamenti. Il messaggio è che la resistenza alla militarizzazione può tradursi in azioni concrete, capaci di mettere in relazione lavoratori, movimenti pacifisti e organizzazioni di diversi Paesi.
La cultura della pace si costruisce ogni giorno
Ad aprire e accompagnare il confronto è stata Laura Tussi, che insieme a Fabrizio Cracolici ha presentato il senso del progetto editoriale. Narrazioni di pace raccoglie contributi e testimonianze di personalità impegnate su temi differenti: dalla mediazione diplomatica alla giustizia sociale, dalla memoria storica al disarmo nucleare. Tra i nomi ricordati figurano il cardinale Matteo Maria Zuppi, autore di una riflessione sulla pace, e Giorgio Cremaschi, che firma la prefazione; sono inoltre richiamati gli apporti di Vittorio Agnoletto, Paolo Ferrero e Moni Ovadia.
Tussi ha sottolineato l’importanza di diffondere le esperienze di chi ha contribuito alla costruzione di una cultura pacifista, anche attraverso strumenti di comunicazione contemporanei. Video, social network, musica e intelligenza artificiale possono diventare mezzi per raccontare figure ed esperienze storiche legate alla pace, purché siano orientati alla creatività e al bene comune, anziché alla propaganda e alla produzione di nuovi strumenti di guerra.
Nel suo intervento ha inoltre ricordato il valore dell’arte come risposta all’assuefazione alla violenza. Anche il lavoro creativo condiviso con la madre Angela Belluschi, che continua a disegnare nonostante una grave forma di Alzheimer, è stato presentato come un modo per dare spazio alla bellezza, alla solidarietà e alla dignità umana in un panorama mediatico spesso dominato da immagini di distruzione.
Il richiamo alla memoria ha attraversato anche le testimonianze dedicate alla resistenza antifascista, alle vittime delle armi nucleari e all’impegno contro le guerre. La pace, in questa prospettiva, non nasce soltanto dalle conferenze internazionali: si coltiva attraverso l’educazione, la cultura, la partecipazione e la capacità di riconoscere l’umanità di chi ci sta di fronte.
Tiziana Volta: dalla parola all’azione
Tiziana Volta ha collegato il libro alla Marcia mondiale per la pace e la nonviolenza, insistendo sul valore delle iniziative che trasformano una convinzione personale in un’esperienza collettiva. Camminare insieme, attraversare città e comunità, coinvolgere scuole e associazioni significa rendere visibile un’alternativa alla rassegnazione.
Una marcia, da sola, non ferma una guerra; allo stesso modo, un libro non risolve le contraddizioni del mondo. Entrambi, però, possono contribuire a creare le condizioni culturali e umane perché la nonviolenza diventi una possibilità concreta. La sfida consiste nel non limitarsi agli appuntamenti pubblici, ma mantenere vive le relazioni e le attività anche quando l’attenzione dei media si sposta altrove.
La pace, ha sostenuto Volta, si costruisce prima ancora che le armi tacciano: nel modo in cui si educa, si affrontano i conflitti e si riconosce la dignità altrui. La testimonianza di Giorgio Mancuso, legato al Movimento Umanista, ha rafforzato questa dimensione quotidiana, richiamando la coerenza personale, la regola di trattare gli altri come vorremmo essere trattati e la necessità di organizzare iniziative capaci di modificare la cultura della violenza.
Disarmo, diritti e giustizia: una sola battaglia
Dal dibattito emerge una convinzione comune: la pace non può essere separata dalla giustizia sociale e dalla difesa dei diritti. Il disarmo nucleare, le mobilitazioni contro il commercio di armi, il sostegno alle iniziative diplomatiche, la difesa delle libertà democratiche e l’ascolto delle nuove generazioni sono aspetti diversi di una stessa responsabilità.
Il richiamo al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, adottato nel 2017, ha ricordato che la mobilitazione della società civile può contribuire a trasformare una richiesta morale in uno strumento internazionale. Allo stesso modo, il lavoro culturale e la comunicazione possono contrastare l’idea che la guerra sia una condizione naturale e che non esistano alternative praticabili.
Il messaggio finale non è un generico invito alla buona volontà. È una richiesta di scelte politiche precise: investire nella diplomazia, limitare la corsa agli armamenti, sottoporre le tecnologie militari a rigorosi vincoli umani e giuridici, proteggere il dissenso e destinare risorse adeguate ai bisogni sociali.
La pace, dunque, non è soltanto l’assenza di combattimenti. È la costruzione di un ordine nel quale la sicurezza non sia privilegio di alcuni, la libertà non venga sacrificata alla paura e le nuove generazioni possano immaginare un futuro diverso dalla guerra. È questo il significato più concreto di Narrazioni di pace: trasformare le parole in relazioni, le relazioni in partecipazione e la partecipazione in una forza collettiva capace di contrastare la militarizzazione del mondo.
S.C.
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