Il 30 ottobre incrociamo le braccia contro l’economia di guerra, insieme ai portuali di tutto il mondo che si rifiutano di imbarcare le armi
Data: 29 Ottobre 2026
Autore: Laura Tussi
Il 30 ottobre incrociamo le braccia contro l’economia di guerra, insieme ai portuali di tutto il mondo che si rifiutano di imbarcare le armi di Laura Tussi
Il 30 ottobre si annuncia come una giornata di mobilitazione internazionale contro l’economia di guerra, il carovita e la compressione dei diritti sociali. In Italia, l’Unione Sindacale di Base ha proclamato uno sciopero generale per collegare la protesta contro il riarmo alla difesa dei salari, del potere d’acquisto e delle condizioni di vita dei lavoratori.
La mobilitazione si collega con l’iniziativa internazionale dei portuali, che in decine di Paesi si mobilitano contro il traffico di armi e l’utilizzo delle infrastrutture commerciali per alimentare i conflitti. Secondo i promotori, l’adesione coinvolge oltre cento scali portuali in 17 Paesi, mentre sono previste manifestazioni in numerose città italiane. La giornata del 30 ottobre porta così al centro una questione decisiva: mentre si destinano risorse alla spesa militare, milioni di persone devono fare i conti con salari insufficienti, prezzi elevati, affitti insostenibili e servizi pubblici sotto pressione. La richiesta di abbassare i prezzi, aumentare i salari e fermare il traffico di armi diventa il filo conduttore di una protesta che vuole unire pace e giustizia sociale. La mobilitazione è inoltre segnata dal confronto sul diritto di sciopero, dopo l’ordinanza di precettazione annunciata dal Ministero dei Trasporti per diversi comparti. È in questo scenario che Laura Tussi analizza il rapporto tra riarmo, impoverimento e dissenso, interrogandosi sulla possibilità di costruire una risposta collettiva capace di mettere al primo posto la dignità del lavoro, i diritti e la pace.
L’analisi della congiuntura economica e politica contemporanea rivela una frattura profonda tra le priorità delle istituzioni di governo e le reali condizioni materiali della popolazione. Il progressivo impoverimento dei lavoratori e dei ceti medi non costituisce una casuale deviazione del ciclo economico, ma il risultato di scelte strutturali ben precise, che privilegiano il sostegno all’industria bellica e una proiezione geopolitica aggressiva a discapito della spesa sociale.
In questo scenario, l’adozione di un modello economico orientato al riarmo e alla spesa militare si traduce inevitabilmente in un drenaggio di risorse pubbliche sottratte ai servizi essenziali, alla sanità, all’istruzione e alla tutela del territorio, sancendo di fatto la subordinazione dei diritti sociali alle esigenze della competizione strategica globale.
A questo indirizzo di politica economica si accompagna una dinamica inflattiva che sta strangolando il potere d’acquisto delle famiglie. Il carovita non si manifesta soltanto nell’aumento generalizzato dei prezzi dei beni di prima necessità, ma si radica anche nei costi insostenibili delle tariffe energetiche, nella bolla degli affitti urbani e nel peso asfissiante dei mutui a tasso variabile.
Di fronte a una simile compressione del reddito disponibile, la risposta istituzionale si è rivelata del tutto inadeguata, caratterizzata da una stagnazione salariale cronica e dall’assenza di misure efficaci per calmierare i prezzi. Il risultato è la costruzione di una società della precarietà permanente, nella quale il lavoro perde ogni funzione di emancipazione e dignità, trasformandosi in una variabile residuale rispetto alle esigenze della rendita e del profitto finanziario.
Quando la pressione economica e l’assenza di prospettive generano dissenso, la risposta dello Stato assume i tratti di una sistematica chiusura autoritaria. La criminalizzazione delle lotte sindacali, la repressione poliziesca delle manifestazioni studentesche e dei movimenti giovanili, insieme ai tentativi legislativi di limitare il diritto di sciopero, delineano un quadro nel quale il conflitto sociale viene trattato non come una componente fisiologica della democrazia, ma come un problema di ordine pubblico da reprimere. Questo dispositivo di controllo serve a blindare le scelte economiche dell’esecutivo, impedendo qualsiasi discussione pubblica sulla legittimità di un sistema che impoverisce la maggioranza della popolazione per garantire i profitti dei settori strategici e della filiera degli armamenti.
È esattamente all’interno di questa tenaglia repressiva e impoveritrice che si inseriscono la mobilitazione generale e la convergenza internazionale dei lavoratori, culminate nelle proteste che hanno coinvolto i porti di mezzo mondo contro il traffico di armi.
Il rifiuto di movimentare gli strumenti della guerra rappresenta un salto di qualità politico fondamentale: i lavoratori non rivendicano soltanto migliori condizioni salariali o la difesa del proprio potere d’acquisto, ma mettono in discussione la catena logistica e morale che alimenta i conflitti internazionali.
Abbassare i prezzi, calmierare gli affitti, ridurre le tariffe energetiche e aumentare i salari reali non sono concessioni paternalistiche, ma strumenti indispensabili per contrastare un’agenda politica che subordina la vita umana agli interessi geopolitici. La sfida lanciata dalle piazze e dai porti segna così il confine tra l’accettazione passiva di un futuro di guerre e miseria e la costruzione di un’alternativa fondata sulla giustizia sociale e sulla democrazia sostanziale.
Laura Tussi
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