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Dal welfare al riarmo: l’Europa sacrifica il futuro e riaccende il conflitto sociale



Data: 23 Ottobre 2026
Autore: Laura Tussi



Dal welfare al riarmo: l’Europa sacrifica il futuro e riaccende il conflitto sociale
di Laura Tussi

Le mobilitazioni sociali, le proteste giovanili e le rivendicazioni di chi chiede salari dignitosi, servizi pubblici efficienti e maggiori garanzie per il futuro riportano al centro una questione decisiva per le democrazie europee: quali priorità devono guidare le scelte della politica e l’impiego delle risorse pubbliche? In un continente segnato dalle guerre, dalle tensioni internazionali, dall’aumento del costo della vita e dalle disuguaglianze, la corsa al riarmo rischia di diventare il criterio dominante delle politiche economiche, mentre sanità, istruzione, casa e protezione sociale continuano a scontare carenze strutturali. È in questa contraddizione che si misura la distanza tra le promesse delle istituzioni e i bisogni concreti delle persone. E cresce la consapevolezza che la sicurezza non possa essere ridotta alla capacità militare, ma debba comprendere anche il diritto a vivere dignitosamente, senza precarietà e senza paura del domani.

Dal welfare al warfare: il rovesciamento delle priorità

Per lungo tempo, le crisi successive alla pandemia e le tensioni geopolitiche hanno alimentato in Europa un clima di incertezza, contribuendo a comprimere le aspettative delle giovani generazioni sotto il peso della precarietà lavorativa, dell’insicurezza economica e della rassegnazione. Oggi, tuttavia, quella passività sembra incrinarsi. In diversi Paesi europei, Italia compresa, torna a manifestarsi il dissenso nei confronti di un indirizzo politico che rischia di subordinare le conquiste sociali alla costruzione di un’economia sempre più orientata alla guerra.

Il passaggio dal welfare al warfare non è soltanto una questione di bilanci pubblici o di maggiori stanziamenti per la difesa. È una trasformazione politica e culturale che riguarda il modello di società che si intende costruire. Quando il riarmo diventa una priorità permanente, presentata come risposta pressoché inevitabile a ogni crisi internazionale, si restringe lo spazio per discutere le alternative diplomatiche, la prevenzione dei conflitti, la cooperazione tra i popoli e gli investimenti necessari a garantire diritti e opportunità.

La sicurezza viene così progressivamente identificata con la potenza militare, mentre rischiano di passare in secondo piano le sue dimensioni sociali: la possibilità di curarsi senza rinunciare ad altre spese essenziali, di accedere a un’istruzione di qualità, di trovare una casa a costi sostenibili, di lavorare con diritti e tutele, di costruire una famiglia senza essere schiacciati dall’incertezza. Eppure, una società nella quale crescono le disuguaglianze e si indeboliscono i servizi essenziali è una società più fragile, anche sul piano della coesione democratica.

La spesa militare e il costo sociale delle scelte politiche

Mentre una quota crescente di risorse viene destinata agli armamenti, alla modernizzazione degli apparati militari e al rafforzamento delle capacità di difesa, rimane aperta la questione delle conseguenze sulle altre priorità della spesa pubblica. Non ogni euro investito nella difesa corrisponde automaticamente a un euro sottratto al welfare: i bilanci sono più complessi e le scelte dipendono anche dalle entrate, dalle regole fiscali e dalle decisioni dei singoli governi. Ma proprio per questo è indispensabile rendere trasparenti le priorità, valutare gli effetti delle politiche adottate e chiedere conto delle risorse impegnate.

Il problema politico nasce quando il riarmo viene presentato come un’esigenza sottratta al confronto democratico, mentre gli investimenti sociali sono sottoposti a vincoli, rinvii e richieste di sacrifici. La sanità pubblica, l’istruzione, il diritto all’abitare e le politiche di sostegno alle persone più vulnerabili non possono essere considerati capitoli residuali da finanziare soltanto dopo aver soddisfatto ogni altra esigenza.

Questi ambiti costituiscono l’infrastruttura fondamentale della cittadinanza. Senza servizi pubblici accessibili, senza un sistema educativo capace di ridurre le disuguaglianze e senza strumenti efficaci contro la povertà, la libertà rischia di restare una promessa formale. La sicurezza delle persone non coincide con la sola protezione dei confini: comprende anche la possibilità di vivere senza essere esposti continuamente al ricatto della necessità.

La critica alla militarizzazione delle politiche pubbliche non significa ignorare i conflitti, le minacce o il diritto dei Paesi a tutelare la propria popolazione. Significa, piuttosto, rifiutare l’idea che il ricorso alla forza e l’accumulo di armamenti possano rappresentare, da soli, una strategia di sicurezza. La difesa deve essere accompagnata da iniziative diplomatiche, accordi di disarmo, strumenti di controllo degli armamenti e politiche di cooperazione internazionale. Altrimenti, il rischio è quello di alimentare una spirale di contrapposizioni nella quale ogni aumento delle capacità militari viene giustificato dal rafforzamento di quelle altrui.

Le giovani generazioni non accettano un futuro precario

A pagare il prezzo più alto di questa trasformazione rischiano di essere le giovani generazioni. Molti ragazzi e ragazze si affacciano alla vita adulta in un contesto segnato da occupazione instabile, salari insufficienti, difficoltà nell’accesso alla casa e prospettive pensionistiche incerte. A queste condizioni si aggiunge la preoccupazione per le conseguenze delle guerre, della crisi climatica e di un modello di sviluppo che continua a trasferire sul futuro i costi delle scelte presenti.

Per troppo tempo la precarietà è stata raccontata come una condizione inevitabile o come una responsabilità individuale. Chi non trova lavoro, chi non riesce a rendersi autonomo, chi è costretto a rinviare i propri progetti viene spesso invitato ad adattarsi, a competere di più, ad accettare condizioni peggiori. In questo modo, problemi strutturali vengono trasformati in presunti fallimenti personali, mentre si oscura il peso delle decisioni economiche e politiche.

La prospettiva di un futuro subordinato alle esigenze di un’economia di guerra può diventare un ulteriore fattore di rottura. Non si tratta soltanto della distribuzione delle risorse, ma della possibilità stessa di immaginare un domani diverso. Una società che chiede ai giovani di accettare sacrifici continui in nome dell’emergenza, senza offrire garanzie concrete di lavoro, formazione, abitazione e partecipazione, rischia di spezzare il patto tra le generazioni.

La ripresa delle mobilitazioni e del conflitto sociale può essere letta anche in questa chiave: come il rifiuto di un orizzonte nel quale le persone sono chiamate ad adattarsi a decisioni prese altrove. La protesta non è necessariamente una manifestazione di disordine; può diventare uno strumento attraverso cui emergono bisogni ignorati e si riapre lo spazio del confronto democratico. Perché ciò avvenga, tuttavia, è necessario distinguere la contestazione legittima dalla violenza e impedire che le tensioni vengano utilizzate per delegittimare ogni forma di dissenso.

La pace come scelta politica e investimento collettivo

Contrastare la deriva militarista non significa limitarsi a denunciare la crescita delle spese per gli armamenti. Occorre costruire un’alternativa credibile, capace di collegare il disarmo alla giustizia sociale, la diplomazia alla cooperazione economica, la tutela dei diritti alla partecipazione democratica.

La pace non è una parentesi tra due guerre, né un appello morale privo di conseguenze concrete. È un progetto politico che richiede negoziati, canali diplomatici aperti anche nei momenti di maggiore tensione, iniziative multilaterali, rispetto del diritto internazionale e sostegno alle popolazioni colpite dai conflitti. Richiede inoltre di investire nella prevenzione, nella mediazione e nella ricostruzione, anziché considerare l’escalation militare l’unica risposta possibile alle crisi.

In questa prospettiva, welfare e pace non sono obiettivi separati. Le politiche sociali contribuiscono a ridurre le disuguaglianze e a rafforzare la coesione delle comunità; la cooperazione internazionale può prevenire conflitti e limitare le conseguenze umanitarie delle guerre. Destinare risorse alla sanità, alla scuola, alla ricerca civile, alla transizione ecologica e all’occupazione significa anche costruire condizioni più solide per la stabilità delle società.

La scelta, dunque, non è tra una sicurezza da garantire e un benessere da sacrificare. È tra una concezione ristretta della sicurezza, affidata soprattutto alla forza militare, e una visione più ampia, fondata sulla protezione delle persone, sulla prevenzione dei conflitti e sulla qualità della vita.

Dalle proteste alle proposte: un’agenda concreta per il futuro

Per trasformare il dissenso in un cambiamento duraturo occorre passare dalla denuncia a obiettivi verificabili. I governi europei e le istituzioni dell’Unione dovrebbero rendere pubblici, in modo comprensibile e comparabile, i costi e gli effetti degli impegni militari, chiarendo quali risorse siano aggiuntive e quali priorità sociali rischino di essere rinviate. Ogni programmazione di bilancio dovrebbe essere accompagnata da una valutazione delle ricadute su sanità, istruzione, casa, lavoro e contrasto alla povertà.

È necessario, inoltre, rafforzare gli investimenti nei servizi pubblici, sostenere l’occupazione stabile e i salari dignitosi, ampliare le politiche abitative e garantire ai giovani strumenti reali di autonomia. Parallelamente, l’Europa dovrebbe promuovere iniziative diplomatiche per la cessazione dei conflitti, il controllo degli armamenti, il disarmo e il rilancio della cooperazione internazionale, coinvolgendo le organizzazioni della società civile, il mondo della scuola e dell’università, i sindacati e i movimenti pacifisti.

Anche le mobilitazioni sociali possono contribuire a questo percorso, a condizione di costruire piattaforme comuni, individuare richieste precise e mantenere aperto il confronto con le istituzioni. Assemblee pubbliche, campagne di informazione, iniziative nelle scuole e nelle università, osservatori civici sui bilanci e alleanze tra realtà sociali possono rendere più incisiva la richiesta di un diverso ordine delle priorità.

La questione decisiva è restituire alla democrazia la capacità di scegliere. Il futuro non può essere trattato come una risorsa da consumare nell’emergenza permanente, né le giovani generazioni possono essere chiamate a pagare il prezzo di decisioni sulle quali non hanno avuto modo di incidere.

La vera sicurezza si misura nella possibilità di curarsi, studiare, lavorare, abitare e vivere in pace. Per questo, la difesa del welfare non è una rivendicazione settoriale, ma una battaglia per la qualità della democrazia. E la pace non può restare una parola pronunciata nelle commemorazioni: deve diventare un criterio concreto per orientare i bilanci pubblici, le relazioni internazionali e le scelte economiche. Solo così sarà possibile sottrarre il domani alla logica della guerra e restituirlo alle persone, ai loro diritti e alla possibilità di costruire un futuro condiviso.





Laura Tussi