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Il nucleare non è un’energia pulita: Chernobyl, Fukushima e le scorie che lasciamo in eredità alle generazioni future. E il rischio che servano a costruire armi atomiche



Data: 23 Ottobre 2026
Autore: Laura Tussi



Il nucleare non è un’energia pulita: Chernobyl, Fukushima e le scorie che lasciamo in eredità alle generazioni future. E il rischio che servano a costruire armi atomiche
di Laura Tussi

Nel dibattito sulla transizione energetica, il ritorno del nucleare viene spesso presentato come una scelta moderna, sostenibile e indispensabile per affrontare la crisi climatica. La promessa è semplice: produrre elettricità con basse emissioni di gas serra, ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e garantire continuità agli approvvigionamenti. Ma questa narrazione rischia di trasformare una questione complessa in uno slogan, mettendo in secondo piano i costi ambientali, i rischi tecnologici, la gestione delle scorie radioattive e il legame tra tecnologie nucleari civili e possibilità di proliferazione militare.

Un’energia non può essere definita pienamente sostenibile soltanto perché durante il funzionamento della centrale emette poca anidride carbonica: bisogna considerare l’intero ciclo di vita, dalla miniera di uranio fino alla gestione dei rifiuti e allo smantellamento degli impianti.

È su questo terreno che occorre riaprire una discussione pubblica rigorosa, libera tanto dalle rassicurazioni propagandistiche quanto dalle semplificazioni. L’energia nucleare presenta effettivamente emissioni operative di gas serra molto basse rispetto a carbone, petrolio e gas. Anche il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) riconosce il suo potenziale nella produzione di elettricità a basse emissioni, segnalando però gli elevati investimenti iniziali, i problemi di costo e le difficoltà legate allo smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi.

Riconoscere questo dato non significa accettare che il nucleare venga automaticamente classificato come energia pulita. Significa, al contrario, chiedere che la valutazione sia completa e che i costi non vengano trasferiti, nascosti o rinviati alle generazioni future. La transizione ecologica deve ridurre le emissioni senza produrre nuove forme di insicurezza ambientale, sanitaria e geopolitica.

Chernobyl e Fukushima: la memoria che non possiamo cancellare

Il 26 aprile 1986, l’esplosione del reattore numero quattro della centrale di Chernobyl, nell’allora Unione Sovietica, provocò il più grave rilascio incontrollato di materiale radioattivo nella storia dell’industria nucleare civile. Sostanze radioattive si dispersero nell’atmosfera, raggiungendo territori molto lontani dall’impianto. Migliaia di persone furono costrette ad abbandonare le proprie case e intere comunità subirono conseguenze sanitarie, sociali ed economiche durature.

La catastrofe mise in evidenza i pericoli di una combinazione di difetti progettuali, errori operativi e carenze nella gestione della sicurezza e dell’informazione. Le valutazioni scientifiche successive hanno documentato, tra le altre conseguenze, un aumento dei tumori della tiroide tra le persone esposte allo iodio radioattivo durante l’infanzia. L’Organizzazione mondiale della sanità ha inoltre richiamato l’attenzione sugli effetti psicologici e sociali, sulle evacuazioni e sulla perdita dei legami comunitari.

Il disastro di Fukushima, in Giappone, l’11 marzo 2011, dimostrò che i rischi non appartengono soltanto a un passato tecnologico ormai superato. Un terremoto di magnitudo 9 e il successivo tsunami provocarono danni gravissimi alla centrale, con la perdita di sistemi essenziali per il raffreddamento dei reattori e il rilascio di materiale radioattivo. Decine di migliaia di persone furono evacuate e la bonifica del sito è diventata un’impresa lunga e complessa.

Le conseguenze radiologiche di Fukushima sono state inferiori a quelle di Chernobyl, come evidenziato dalle valutazioni del Comitato scientifico delle Nazioni Unite sugli effetti delle radiazioni atomiche (UNSCEAR). Questa differenza è importante per comprendere correttamente i due incidenti, ma non autorizza a ignorare i danni umani, territoriali ed economici prodotti dal disastro giapponese.

Chernobyl e Fukushima non dimostrano che ogni centrale nucleare sia destinata a provocare un incidente. Dimostrano però che, quando un sistema ad alto rischio fallisce, le conseguenze possono oltrepassare i confini nazionali e durare molto più a lungo delle decisioni politiche che hanno autorizzato quell’impianto. La sicurezza non può essere valutata soltanto sulla base della probabilità teorica di un incidente: deve considerare anche la gravità delle conseguenze e la capacità reale di affrontarle.

La questione irrisolta delle scorie: un’eredità che dura millenni

C’è poi un problema che accompagna il nucleare anche quando tutto funziona regolarmente: quello dei rifiuti radioattivi. Il combustibile esaurito e altri materiali prodotti durante il ciclo nucleare possono contenere radionuclidi pericolosi per periodi estremamente lunghi. Alcuni mantengono una pericolosità significativa per migliaia di anni, mentre determinati isotopi hanno tempi di dimezzamento molto più lunghi.

Il punto non è sostenere che tutti i rifiuti nucleari siano ugualmente pericolosi o che debbano essere gestiti nello stesso modo. Esistono diverse categorie di rifiuti, con caratteristiche e requisiti di sicurezza differenti. Ma il combustibile esaurito e i rifiuti ad alta attività richiedono sistemi di confinamento, controllo e isolamento capaci di funzionare su scale temporali che superano enormemente la durata delle istituzioni e delle infrastrutture che li realizzano.

La soluzione del deposito geologico profondo viene considerata in diversi Paesi una strada per isolare stabilmente i materiali più pericolosi dalla biosfera. Tuttavia, individuare un sito adeguato, dimostrarne la sicurezza nel lungo periodo, costruire le strutture necessarie e ottenere il consenso delle comunità interessate sono operazioni complesse. Non basta annunciare una tecnologia o promettere che il problema verrà risolto in futuro: occorre dimostrare che esistano programmi finanziati, controlli indipendenti, responsabilità definite e garanzie di sicurezza.

L’energia nucleare, dunque, non elimina il problema dei rifiuti: lo genera e lo consegna alla responsabilità collettiva. La domanda politica è inevitabile: chi garantisce che le scorie rimangano isolate tra cento, mille o diecimila anni? Quali risorse saranno disponibili per la sorveglianza e la manutenzione? Come si proteggeranno i siti da eventi naturali, incidenti, intrusioni o mutamenti nelle condizioni ambientali?

Non possiamo rispondere a queste domande limitandoci a un calcolo economico riferito al prezzo dell’elettricità prodotta oggi. I costi della gestione dei rifiuti, dello smantellamento degli impianti e della sicurezza devono essere inclusi nel bilancio complessivo della scelta nucleare. In caso contrario, una parte del costo reale viene semplicemente trasferita nel futuro.

La sostenibilità dovrebbe significare anche responsabilità intergenerazionale: non lasciare ai nostri figli e ai nostri discendenti un problema irrisolto soltanto perché abbiamo preferito sottovalutarlo nel presente.

Dal nucleare civile al rischio militare: una distinzione impossibile

Un’altra questione fondamentale riguarda il rapporto tra tecnologia nucleare civile e proliferazione delle armi atomiche. Le centrali elettriche non sono, di per sé, fabbriche di bombe. La produzione di energia per uso civile è sottoposta a regole e controlli internazionali, compresi quelli dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), e il Trattato di non proliferazione nucleare prevede obblighi e salvaguardie specifici.

Sarebbe quindi scorretto sostenere che ogni centrale civile conduca automaticamente alla produzione di armi nucleari. Il problema è più articolato e proprio per questo merita di essere affrontato senza ambiguità.

Alcune tecnologie del ciclo del combustibile, in particolare l’arricchimento dell’uranio e il riprocessamento del combustibile esaurito, possono essere utilizzate, a determinate condizioni, anche per ottenere materiali impiegabili in programmi militari. Il plutonio presente nel combustibile irraggiato può essere separato attraverso il riprocessamento; l’uranio altamente arricchito può essere impiegato in determinati tipi di ordigni nucleari. La produzione di energia e la costruzione di armi restano attività differenti, ma esistono sovrapposizioni tecnologiche che rendono indispensabili controlli efficaci.

L’AIEA e gli accordi internazionali di non proliferazione servono proprio a verificare che i materiali nucleari non vengano distolti dagli impieghi dichiarati. L’efficacia di questi strumenti dipende però dalla cooperazione degli Stati, dall’accesso degli ispettori, dalla trasparenza dei programmi e dalla capacità di individuare eventuali attività non dichiarate.

Il rischio, quindi, non consiste nel considerare ogni impianto civile una copertura militare, ma nel riconoscere che la diffusione di determinate tecnologie può aumentare le capacità tecniche disponibili e rendere più delicato il compito della comunità internazionale. In un contesto segnato da conflitti, rivalità tra potenze e crisi degli accordi sul controllo degli armamenti, questo aspetto non può essere relegato a una questione esclusivamente tecnica.

La sicurezza energetica e quella internazionale sono collegate. Una politica responsabile deve valutare non soltanto quanti megawatt possa produrre una centrale, ma anche quali materiali richieda, quali competenze tecnologiche renda disponibili, quali controlli siano necessari e quali conseguenze possa avere la diffusione delle tecnologie sensibili.

La transizione ecologica non può essere soltanto una questione di megawatt

Il dibattito sul nucleare rischia di diventare sterile quando viene ridotto alla contrapposizione tra sostenitori e oppositori, come se bastasse una scelta ideologica per risolvere la crisi climatica. La questione è più concreta: quali sistemi energetici consentono di ridurre rapidamente le emissioni, garantire forniture affidabili, contenere i costi sociali e minimizzare i danni ambientali lungo l’intero ciclo di vita?

Le energie rinnovabili, l’efficienza energetica, l’elettrificazione dei consumi, il potenziamento delle reti, i sistemi di accumulo e la riduzione degli sprechi devono essere valutati all’interno di una strategia complessiva. Anche queste tecnologie hanno impatti ambientali e richiedono materiali, infrastrutture e pianificazione. La differenza deve essere misurata sulla base di dati verificabili, non di slogan pubblicitari.

Una politica energetica seria deve confrontare costi reali, tempi di realizzazione, emissioni, consumo di suolo, fabbisogni di materiali, gestione dei rifiuti e capacità di garantire continuità del servizio. Deve inoltre chiedersi chi sostenga gli investimenti e chi paghi le conseguenze quando i progetti falliscono o i costi aumentano.

Occorre quindi pretendere valutazioni indipendenti, accesso pubblico alle informazioni, controlli rigorosi sulla sicurezza, trasparenza sui finanziamenti e partecipazione delle comunità coinvolte. Per gli impianti nucleari, questo significa affrontare apertamente il problema delle scorie, garantire risorse per lo smantellamento e rafforzare le salvaguardie contro la proliferazione. Per le rinnovabili, significa accelerare le autorizzazioni compatibili con la tutela del territorio, migliorare le reti e investire nell’accumulo e nell’efficienza.

La crisi climatica non può essere utilizzata per sottrarre le scelte energetiche al controllo democratico. La necessità di ridurre le emissioni è reale e urgente, ma non giustifica la minimizzazione dei rischi né l’occultamento dei costi.

La responsabilità verso le generazioni future

La vera domanda non è se il nucleare possa produrre elettricità con basse emissioni durante il funzionamento: può farlo. La domanda è se i benefici attesi giustifichino, in ogni specifico contesto, gli investimenti, i tempi, i rischi e le responsabilità che questa tecnologia comporta, compresa la gestione di materiali pericolosi per periodi lunghissimi.

È necessario uscire dalla comunicazione che presenta il nucleare come una soluzione priva di contraddizioni. Non esistono tecnologie senza impatti, ma esistono differenze importanti nel modo in cui tali impatti vengono distribuiti, controllati e affrontati. Per questo ogni decisione deve fondarsi su informazioni complete e verificabili, sul principio di precauzione e sulla partecipazione delle persone che vivono nei territori interessati.

Chernobyl e Fukushima devono rimanere nella memoria collettiva non come argomenti da brandire per chiudere ogni confronto, ma come avvertimenti storici che impongono prudenza, responsabilità e trasparenza. Le scorie radioattive ci ricordano che le decisioni energetiche non finiscono quando una centrale viene spenta. Il rischio di proliferazione ci ricorda che le tecnologie non esistono isolate dal contesto politico e militare nel quale vengono sviluppate.

La transizione ecologica deve mettere al centro la vita, la salute, la giustizia sociale e il diritto delle comunità a un ambiente sicuro. Non basta produrre energia a basse emissioni se si rinvia al futuro la gestione dei suoi costi più difficili. Non basta invocare la sicurezza energetica se si sottovalutano le implicazioni per la sicurezza internazionale.

Un’energia davvero responsabile deve essere valutata anche per ciò che lascia dietro di sé. Il nostro compito non è consegnare alle generazioni future una promessa tecnologica accompagnata da problemi irrisolti, ma costruire un sistema energetico trasparente, democratico e sostenibile nel tempo. Perché la modernità non si misura soltanto dalla quantità di elettricità prodotta, ma dalla capacità di garantire un futuro vivibile a chi verrà dopo di noi.

Le vittime e l’ambiente al centro

Uno degli elementi distintivi del TPNW è l’attenzione alle conseguenze umanitarie dell’arma nucleare. Le esplosioni atomiche non provocano soltanto distruzioni immediate: possono lasciare effetti sanitari e ambientali che si protraggono per decenni, coinvolgendo generazioni successive e territori lontani dai luoghi delle detonazioni.

Per questo il Trattato prevede obblighi di assistenza alle vittime e di risanamento ambientale, oltre alla cooperazione internazionale necessaria per attuarli. La Conferenza dovrà valutare come rendere questi impegni effettivi, sostenendo le comunità interessate e rafforzando il contributo della ricerca scientifica.

Il ruolo della società civile

Accanto ai governi, un ruolo importante spetta alle organizzazioni pacifiste, alle reti antinucleari e alle comunità colpite dagli esperimenti e dalle armi nucleari. La Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (ICAN), insignita del Nobel per la pace nel 2017, sta coordinando iniziative e attività di partecipazione della società civile in vista della Conferenza.

Il 29 novembre, alla vigilia dell’apertura dei lavori, è previsto a New York il Nuclear Ban Forum, dedicato al confronto tra attivisti, associazioni e altri soggetti impegnati per il disarmo. La partecipazione delle organizzazioni non governative è sottoposta alle procedure di accreditamento delle Nazioni Unite.

La Conferenza di Revisione non potrà, da sola, eliminare gli arsenali delle potenze che non aderiscono al Trattato. Potrà però contribuire a rafforzare la norma internazionale contro le armi nucleari, consolidare gli impegni degli Stati partecipanti e rilanciare il dialogo con i Paesi ancora fuori dal suo perimetro.

Il passaggio decisivo sarà trasformare la condanna giuridica e morale delle armi atomiche in misure verificabili: riduzione dei rischi, cooperazione internazionale, assistenza alle vittime, tutela dell’ambiente e progressi concreti verso il disarmo. In un mondo attraversato da nuove tensioni, la Conferenza di New York sarà un banco di prova per la capacità della comunità internazionale di mantenere aperta la prospettiva di un futuro libero dalla minaccia nucleare.





Laura Tussi