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«Soldi alla scuola, non alle armi»: gli studenti in piazza contro la guerra in Italia e in Europa. Il dissenso studentesco e la geopolitica del riarmo in Europa



Data: 19 Ottobre 2026
Autore: Laura Tussi



«Soldi alla scuola, non alle armi»: gli studenti in piazza contro la guerra in Italia e in Europa. Il dissenso studentesco e la geopolitica del riarmo in Europa
di Laura Tussi

Da Roma a Milano, da Genova a Firenze, cresce la protesta giovanile contro il riarmo e le disuguaglianze. Al centro delle mobilitazioni il diritto allo studio, gli investimenti nell’istruzione e la richiesta di un futuro di pace.
Gli studenti tornano in piazza in Italia e in Europa per dire no alla guerra e al riarmo, chiedendo più risorse per la scuola, l’università e i servizi pubblici. «Soldi alla scuola, non alla guerra» e «Meno armi, più diritti» sono alcuni degli slogan che hanno accompagnato le manifestazioni del 16 ottobre, intrecciando le rivendicazioni per il diritto allo studio con la contestazione delle politiche militari.
A Roma migliaia di giovani hanno sfilato dal Colosseo verso il Ministero dell’Istruzione, denunciando le carenze degli istituti e chiedendo investimenti nella formazione anziché negli armamenti. A Milano, Firenze, Genova, Torino, Venezia, Padova, Treviso e Cagliari si sono svolte altre iniziative, con richieste che riguardano anche il caro affitti, il costo della vita e la precarietà delle prospettive future.
In alcune città non sono mancati momenti di tensione e scontri con le forze dell’ordine. Episodi che vanno distinti dalle ragioni della mobilitazione e dalla partecipazione pacifica di migliaia di studenti.
La protesta si inserisce in un clima europeo segnato da mobilitazioni giovanili per l’istruzione, il diritto alla casa e la difesa dei servizi pubblici. In Francia, le manifestazioni hanno denunciato anche le condizioni degli edifici scolastici e la gestione delle proteste da parte delle autorità.
Al di là delle specificità nazionali, emerge una domanda comune: quali priorità devono guidare le scelte politiche in un continente attraversato da guerre e tensioni internazionali?
Per gli studenti che contestano il riarmo, la sicurezza non può essere ridotta alla disponibilità di armi. Significa anche poter frequentare scuole dignitose, avere insegnanti, accedere all’università senza essere schiacciati dai costi e costruire un futuro senza precarietà.
La richiesta non è soltanto economica, ma culturale e politica: una scuola che promuova il dialogo, la cooperazione e la risoluzione nonviolenta dei conflitti, senza abituare le nuove generazioni a considerare inevitabile la logica della forza.
Le manifestazioni non rappresentano necessariamente tutti i giovani, ma rendono visibile una parte di generazione che vuole partecipare alle decisioni sul proprio futuro. Le istituzioni sono chiamate a rispondere non soltanto sul terreno dell’ordine pubblico, ma anche attraverso scelte concrete.
«Soldi alla scuola, non alle armi» è, in definitiva, una domanda sulle priorità della società: investire nella conoscenza, nei diritti e nella cooperazione tra i popoli, affinché la pace non resti soltanto uno slogan, ma diventi una prospettiva concreta per le nuove generazioni.
Il panorama politico e sociale dell’Europa contemporanea è attraversato da una faglia profonda, un solco tracciato dalle nuove generazioni che rifiutano di assistere inermi alla normalizzazione della guerra, della militarizzazione e delle catastrofi umanitarie globali. Le piazze, i cortei e i presidi studenteschi che periodicamente scuotono le capitali europee non rappresentano mere manifestazioni di disagio giovanile, bensì un atto d’accusa radicale contro le contraddizioni etiche e politiche delle democrazie occidentali. Al centro di questa mobilitazione vi è una denuncia intransigente: la constatazione che le istituzioni europee e i governi nazionali stiano progressivamente subordinando i diritti umani, la diplomazia e il welfare alle logiche spietate del riarmo e della Realpolitik, voltando le spalle al diritto internazionale e alla tutela delle popolazioni civili colpite da conflitti devastanti e da crimini contro l’umanità.

Ciò che rende questo movimento di protesta particolarmente significativo sul piano storico e sociologico è il superamento della tradizionale separazione tra politica interna ed estera. Gli studenti non protestano più soltanto per il sottofinanziamento cronico dell’istruzione pubblica, per il carovita o per la precarietà del futuro lavorativo, ma leggono queste stesse crisi come il sintomo di un modello di sviluppo fondato sulla spesa militare e sulla mercificazione dei conflitti armati. L’aumento esponenziale dei bilanci per la difesa, imposto dai diktat geopolitici e dalle pressioni dell’industria bellica, viene percepito come un vero e proprio furto di risorse sottratte alla scuola, alla sanità, alla transizione ecologica e alla giustizia sociale. In questo contesto, denunciare la guerra significa denunciare un sistema economico che trae profitto dalla distruzione e dalla morte.

La radicalità di questa denuncia trova la sua massima espressione nei campus universitari, storicamente eletti a laboratori del pensiero critico e della trasformazione sociale. Le occupazioni e le mobilitazioni nei grandi atenei europei hanno sollevato una questione morale ineludibile: la complicità materiale e intellettuale delle istituzioni della conoscenza con la filiera della guerra. Attraverso la richiesta di boicottaggio accademico, l’interruzione dei bandi di ricerca congiunti con aziende produttrici di armamenti e la fine di ogni accordo di cooperazione con università e governi responsabili di violazioni sistematiche dei diritti umani e di crimini di genocidio, gli studenti smascherano l’ipocrisia di un sapere accademico che si professa neutrale mentre si nutre di contratti militari. I campus diventano così l’avamposto di una resistenza etica che rivendica il primato della dignità umana sulla ragione di Stato.

Di fronte a questa spinta etica e politica, la risposta delle classi dirigenti europee oscilla pericolosamente tra l’indifferenza burocratica e la repressione poliziesca, rivelando una profonda crisi di rappresentanza democratica. La criminalizzazione del dissenso, la limitazione del diritto di manifestazione e la delegittimazione mediatica delle proteste studentesche evidenziano l’incapacità o la riluttanza dei governi a confrontarsi con le domande radicali poste dalle nuove generazioni. Eppure, le voci che si levano dalle università e dalle scuole d’Europa non chiedono altro che il ripristino del diritto internazionale, la fine della complicità nei massacri e la costruzione di un futuro che non sia condannato alla perpetuazione della violenza globale. In un continente che rischia di smarrire la propria bussola etica, la gioventù in rivolta non è soltanto il futuro dell’Europa, ma la sua coscienza critica più viva e necessaria.