L’Umanità negata. Il decoro urbano come alibi per la sospensione dei Diritti a Trieste
Data: 19 Ottobre 2026
Autore: Laura Tussi
L’Umanità negata. Il decoro urbano come alibi per la sospensione dei Diritti a Trieste di Laura Tussi
Un’ ordinanza della Questura di Trieste (Ottobre 2026) ha vietato alle associazioni di volontariato (come Linea d’Ombra e i Fornelli Resistenti) la distribuzione di cibo, coperte e l’assistenza medica nel fine settimana in Piazza della Libertà, di fronte alla stazione ferroviaria, dove da anni viene prestato soccorso ai migranti in arrivo dall’ Est, partiti dall’ Africa o dal Medio Oriente e provati da un viaggio durissimo, spesso con i piedi congelati per aver camminato con i piedi nella neve.
Nei primi mesi del 2026, gli arrivi alla stazione di Trieste hanno mostrato un aumento rispetto all’anno precedente (con una media di circa 870 persone al mese nei primi cinque mesi, segnando un +46% su base annua).
La gestione del fenomeno migratorio nei contesti urbani di frontiera restituisce, con frequenza allarmante, l’immagine di un progressivo slittamento etico e giuridico in cui i principi fondamentali della solidarietà, dell’accoglienza e della tutela della vita umana vengono subordinati a logiche di decoro, igiene e sicurezza pubblica. La città di Trieste, snodo cruciale della rotta balcanica e crocevia di transito per centinaia di persone in fuga da conflitti, persecuzioni, povertà estrema e violenze sistemiche, si è trovata al centro di un acceso dibattito politico, giuridico e sociale a seguito di provvedimenti volti a limitare, contingentare o vietare la distribuzione di beni di prima necessità e le attività di supporto spontaneo in spazi pubblici, come i pressi di piazza Libertà. Tali ordinanze e disposizioni di polizia, giustificate formalmente attraverso il richiamo al ripristino dell’ordine urbano, alla quiete pubblica e alla vivibilità delle aree centrali, configurano nei fatti una preoccupante criminalizzazione della solidarietà e una violazione sostanziale dei diritti umani fondamentali, sanciti dalle convenzioni internazionali e dai principi costituzionali. Ridurre la presenza di persone migranti, richiedenti asilo e senza dimora a un mero problema estetico, amministrativo o di decoro urbano significa operare una pericolosa inversione di priorità etica e giuridica, in cui la tutela della dignità della persona viene sacrificata sull’altare dell’uniformità, del controllo e della quiete visiva. Il soccorso, la condivisione di un pasto caldo, la distribuzione di indumenti e l’assistenza materiale di prossimità non rappresentano infrazioni da reprimere o disordini da sedare, bensì espressioni insopprimibili di umanità e risposte concrete a un vuoto istituzionale che lascia i soggetti più vulnerabili privi di protezione, alloggio e assistenza sanitaria adeguata. L’imposizione di restrizioni burocratiche, divieti amministrativi e sanzioni alle reti di volontariato, agli attivisti e ai singoli cittadini non fa che aggravare una condizione di marginalità già estrema, esacerbando le sofferenze di individui che hanno già affrontato percorsi migratori traumatici e disumani lungo le frontiere d’Europa.
La retorica del decoro urbano, utilizzata sistematicamente come strumento di governo dello spazio pubblico, finisce per produrre un effetto di rimozione sociale: nascondere la povertà e la disperazione alla vista della cittadinanza non equivale a risolverle, ma costituisce un tentativo autoritario di negare la realtà attraverso l’espulsione dei corpi marginali dai luoghi della visibilità comune. Questa deriva securitaria calpesta il principio di solidarietà sociale che dovrebbe fondare ogni democrazia matura, ribaltando il giudizio morale e giuridico: non è l’indifferenza o la persecuzione della solidarietà a dover essere normalizzata, bensì il dovere inderogabile del soccorso e dell’accoglienza verso chi si trova in stato di bisogno assoluto.
La ferma denuncia di queste pratiche istituzionali e amministrative impone una riflessione profonda sul modello di convivenza civile che si intende promuovere nel presente e nel futuro. Una comunità che sceglie di celare la sofferenza dietro il velo di un decoro di facciata rinuncia alla propria identità democratica, alla propria coscienza collettiva e ai valori di giustizia sociale. Il diritto alla città, inteso come spazio di inclusione, di incontro e di riconoscimento reciproco, non può e non deve tollerare la negazione del diritto primario alla sopravvivenza e all’assistenza. È urgente un’inversione di rotta radicale che restituisca centralità alla persona umana, riconoscendo nell’accoglienza, nella cura e nel supporto solidale non un elemento di disturbo da sanzionare o reprimere, ma il metro stesso della civiltà democratica e della tenuta dei diritti fondamentali.
Laura Tussi
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