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Democrazia sotto assedio: il bavaglio della forza e la repressione del dissenso giovanile



Data: 19 Ottobre 2026
Autore: Laura Tussi



Democrazia sotto assedio: il bavaglio della forza e la repressione del dissenso giovanile
di Laura Tussi

Il corteo degli studenti a Milano, 16 ottobre (Marco Ottico/Lapresse)
Il discorso pubblico contemporaneo si trova drammaticamente polarizzato di fronte al ricorso sistematico alla forza pubblica come risposta istituzionale al dissenso politico e sociale. Quando le piazze si animano della voce delle giovani generazioni, che scelgono di occupare lo spazio pubblico per rivendicare diritti fondamentali, giustizia sociale, riforme strutturali o un cambiamento radicale di fronte alle grandi crisi del nostro tempo, la risposta dello Stato assume troppo spesso i tratti di un’involuzione autoritaria.

L’impiego indiscriminato di manganelli, idranti, scudi e cariche di alleggerimento contro studenti inermi non costituisce soltanto un fallimento della mediazione politica e della gestione democratica dell’ordine pubblico, ma rappresenta una ferita profonda inferta al cuore stesso del patto costituzionale e dei principi fondanti dello Stato di diritto.

In una democrazia matura e consapevole, la piazza non è un luogo di disordine da reprimere o un fastidio da eliminare, bensì il termometro vitale della salute pubblica, della partecipazione civica e del pluralismo. Le carte costituzionali nate dalle lotte di liberazione riconoscono solennemente la libertà di riunione e di manifestazione pacifica come pilastri ineludibili della sovranità popolare. Tuttavia, la cronaca politica e giudiziaria restituisce costantemente l’immagine di un potere politico che, dimostrandosi incapace di ascoltare, accogliere e tradurre in politiche efficaci le istanze giovanili, sceglie sistematicamente la via della criminalizzazione preventiva.

La militarizzazione dello spazio urbano, la schedatura e la repressione violenta esercitata da chi indossa una divisa trasformano il cittadino in un potenziale nemico interno, capovolgendo il rapporto fondamentale tra lo Stato e i suoi membri: la forza pubblica, teoricamente concepita per proteggere i diritti e la sicurezza della collettività, finisce per esercitare una funzione intimidatoria, volta a scoraggiare ogni forma di opposizione radicale e a sterilizzare il pensiero critico.

Questa deriva repressiva svela una crisi sistemica delle istituzioni democratiche, le quali, anziché farsi carico delle contraddizioni sociali ed economiche che spingono i giovani a protestare, arretrano rifugiandosi pigramente nella logica securitaria e penalizzante. La retorica dell’ordine pubblico viene costantemente strumentalizzata per giustificare abusi, sproporzioni e violazioni dei diritti umani, riducendo il dissenso a mero problema di ordine pubblico da arginare con la coercizione fisica e la forza muscolare. Eppure, la storia politica e sociale insegna che il soffocamento del dissenso e la violenza esercitata contro le nuove generazioni non spengono le idee né risolvono i conflitti reali, ma scavano un solco profondo e incolmabile di sfiducia verso le istituzioni, delegittimando l’autorità dello Stato proprio agli occhi di chi dovrebbe rappresentarne il futuro e la continuità. Denunciare questa deriva autoritaria non costituisce soltanto un atto di giustizia e solidarietà verso chi subisce la violenza fisica, ma rappresenta un imperativo etico e politico imprescindibile per preservare il senso stesso, la vitalità e la sopravvivenza della democrazia.





Laura Tussi