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La crisi delle istituzioni internazionali vanifica le speranze di pace



Data: 19 Ottobre 2026
Autore: Laura Tussi



La crisi delle istituzioni internazionali vanifica le speranze di pace
di Laura Tussi

Le speranze di pace sono sempre più messe alla prova dalla crisi delle istituzioni internazionali, nate dopo le tragedie del Novecento per impedire il ritorno della guerra e garantire la cooperazione tra i popoli. Oggi, mentre i conflitti si moltiplicano e la corsa agli armamenti assorbe risorse immense, l’ONU e gli organismi multilaterali faticano a svolgere il ruolo per cui sono stati creati. La crisi dell’ONU riflette un profondo declino del multilateralismo e l’incapacità del sistema globale del dopoguerra di gestire i conflitti moderni.
Il ricorso alla forza prevale troppo spesso sul dialogo, il diritto internazionale viene applicato in modo diseguale e il potere di veto nel Consiglio di sicurezza paralizza iniziative decisive. In questo scenario, le popolazioni civili pagano il prezzo più alto, tra vittime, distruzioni, sfollamenti e impoverimento.

La crisi del multilateralismo non è soltanto una questione diplomatica: indebolisce la fiducia nella possibilità di risolvere pacificamente le controversie e alimenta la convinzione che la sicurezza possa essere garantita soltanto attraverso la superiorità militare. Una logica che rischia di innescare nuove escalation, sottraendo risorse alla sanità, all’istruzione, alla tutela sociale e alla lotta contro la povertà.

Ricostruire l’autorevolezza delle istituzioni internazionali significa restituire centralità alla diplomazia, al disarmo, alla cooperazione e al rispetto dei diritti umani. La pace non può essere affidata esclusivamente ai rapporti di forza né ridotta a una tregua tra una guerra e l’altra: richiede giustizia, dialogo e responsabilità condivise.

Senza istituzioni capaci di far rispettare regole comuni, le speranze di pace rischiano di essere sacrificate agli interessi delle potenze. Rilanciare il multilateralismo è dunque una necessità per il futuro dell’umanità, affinché la forza del diritto torni a prevalere sul diritto della forza.


L’attuale congiuntura geopolitica globale si configura dunque come una fase di transizione critica, caratterizzata da una regressione sistemica verso forme di conflitto armato e da una progressiva erosione delle strutture multilaterali di governance.

Il sistema internazionale contemporaneo rimane saldamente ancorato al dogma della deterrenza, un modello teorico e pratico che presuppone la prevenzione della guerra attraverso la costante massimizzazione della capacità distruttiva. Tuttavia, un’analisi critica evidenzia come tale logica generi un circolo vizioso intrinsecamente instabile. La corsa agli armamenti non produce un equilibrio duraturo, bensì alimenta una dinamica di azione e reazione in cui ogni incremento della capacità offensiva o difensiva di una parte viene interpretato dalle controparti come una minaccia esistenziale. Questo meccanismo di percezione alterata e di reciproca diffidenza riduce progressivamente i margini di manovra della diplomazia. I canali di comunicazione bilaterale e multilaterale si atrofizzano, sostituiti da una retorica bellicista che normalizza la catastrofe come esito eventuale ma accettabile della contesa politica. La preparazione alla guerra cessa di essere uno strumento residuale e si trasforma nel motore primario delle relazioni internazionali, orientando risorse economiche, tecnologiche e cognitive verso la distruzione potenziale.

Il primato della spesa militare produce distorsioni profonde all’interno delle società globali. Il dirottamento di ingenti risorse finanziarie dai settori della sanità, dell’istruzione, del welfare e della transizione ecologica verso l’industria degli armamenti impoverisce il tessuto sociale, acuendo le disuguaglianze strutturali e alimentando le tensioni interne agli Stati. Contemporaneamente, l’impatto ecologico della militarizzazione globale rappresenta una variabile spesso sottovalutata ma devastante. Le attività connesse alla produzione, al mantenimento e all’impiego degli arsenali militari costituiscono una delle fonti principali di emissioni di gas serra e di degrado ambientale su scala planetaria. In questo scenario, la guerra e i preparativi bellici non minacciano unicamente la sopravvivenza fisica delle popolazioni coinvolte nei teatri di scontro, ma compromettono la sostenibilità ecologica a lungo termine dell’intero pianeta, accelerando crisi sistemiche interconnesse.

Di fronte alla gravità di queste dinamiche, la richiesta di pace, disarmo e smilitarizzazione non può essere liquidata come un’aspirazione idealistica o utopica; essa rappresenta, al contrario, l’unico approccio realista per la conservazione della civiltà umana. Il superamento del paradigma attuale richiede un’inversione di rotta fondata su tre pilastri fondamentali: il disarmo multilaterale e verificabile, volto alla riduzione progressiva e negoziata degli arsenali convenzionali e non convenzionali; la riconversione ecologica e sociale della spesa, attraverso il trasferimento sistemico dei fondi destinati ai bilanci della difesa verso lo sviluppo sostenibile; e la rivalutazione della diplomazia preventiva, mediante il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali e del diritto internazionale.

L’orlo del baratro su cui si trova l’umanità non è il risultato di un destino ineluttabile, ma il prodotto di decisioni politiche, economiche e culturali reversibili. Riconoscere la centralità della pace e intraprendere la via della smilitarizzazione costituisce l’imperativo etico e politico fondamentale del nostro tempo, l’unica alternativa concreta alla dissoluzione sistematica del futuro mondiale.





Laura Tussi