Le rovine del presente: il fallimento strutturale del neoliberismo e la rivolta dello Stato Sociale
Data: 15 Ottobre 2026
Autore: Laura Tussi
Le rovine del presente: il fallimento strutturale del neoliberismo e la rivolta dello Stato Sociale di Laura Tussi
Il mondo contemporaneo si trova immerso in una fase di transizione dolorosa e irreversibile, costretto a regredire verso le esigenze fondamentali della sopravvivenza sociale perché ciò che era stato definito “fondamentale” — lo Stato sociale, i diritti acquisiti, la stabilità esistenziale — è stato sistematicamente smantellato. Assistiamo oggi alle conseguenze materiali e concrete del trionfo ideologico del neoliberismo, un modello economico che ha promesso la prosperità universale attraverso la deregolamentazione e la riduzione del perimetro pubblico, ma che ha prodotto invece un’architettura di precarietà strutturale.
L’illusione della ricchezza e la realtà dell’impoverimento
La narrativa fondante del neoliberismo sosteneva che la riduzione della pressione fiscale sui grandi patrimoni e sui mercati finanziari avrebbe liberato energie economiche capaci di generare ricchezza diffusa, secondo la teoria della ricaduta economica. La realtà storica e statistica ha smentito questa promessa. La riduzione delle imposte ai vertici della piramide sociale si è tradotta in una massiccia concentrazione di capitale e, simmetricamente, in un impoverimento generalizzato della classe media e delle nuove generazioni.
Le persone ricostruiscono oggi le proprie esistenze muovendosi su sabbie mobili: la precarietà non è più un’eccezione transitoria, ma la condizione permanente che attraversa il lavoro, l’abitazione, l’educazione e la sanità. Il mercato del lavoro flessibile ha svuotato di significato la sicurezza contrattuale, mentre il diritto alla casa e all’istruzione è stato progressivamente mercificato, trasformando beni comuni in prodotti di lusso accessibili a pochi.
Il guscio vuoto del benessere a credito
I presunti Stati del benessere (Welfare State) ereditati dal secondo dopoguerra sono stati ridotti a gusci vuoti. Questo svuotamento non è avvenuto per fatalità economica, ma attraverso scelte politiche precise: la contrazione della spesa pubblica, l’eliminazione progressiva della tassazione progressiva, la dipendenza strutturale dal debito e la finanziarizzazione dell’economia.
Mentre i bilanci pubblici venivano prosciugati da sgravi fiscali per i ceti più abbienti e dal sostegno a logiche di mercato prive di vincoli sociali, le risorse per la sanità pubblica venivano ridotte all’osso. Al contempo, la spesa per il finanziamento di apparati bellici e imperiali ha continuato ad assorbire enormi quantità di risorse collettive, sottraendole agli investimenti civili e alla protezione sociale. In questo scenario, i fondi speculativi e finanziari hanno potuto agire indisturbati, depredando i residui beni pubblici e monetizzando le difficoltà collettive.
La generazione del limite e la voce delle strade
Oggi, i giovani figli del neoliberismo hanno raggiunto e superato il punto di rottura. Sono la prima generazione a vivere in condizioni materiali peggiori rispetto a quelle dei propri genitori, nonostante livelli di istruzione mediamente più elevati. Per loro, l’equazione neoliberista secondo cui il merito e l’impegno garantiscono il benessere si è rivelata una menzogna sistematica.
Il modello ha toccato il fondo, e questo collasso non si misura soltanto nei dati macroeconomici o nei rapporti sulla povertà, ma si manifesta con forza nello spazio pubblico. Le piazze e le strade tornano a riempirsi perché la precarietà esistenziale ha reso insostenibile il silenzio. La protesta collettiva non è che la traduzione visibile di un’esigenza radicale: il ritorno urgente a un mondo in cui i bisogni umani fondamentali non siano merce di scambio, ma il punto di partenza non negoziabile di ogni democrazia degna di questo nome.
Laura Tussi
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