La scuola tradizionale, isolata e autoritaria, non contribuisce alla partecipazione democratica. E nulla può per controbattere il fallimento dell’ascensore sociale: senza una comunità educante, i giovani restano soli
Data: 15 Ottobre 2026
Autore: Laura Tussi
La scuola tradizionale, isolata e autoritaria, non contribuisce alla partecipazione democratica. E nulla può per controbattere il fallimento dell’ascensore sociale: senza una comunità educante, i giovani restano soli di Laura Tussi
In una società segnata dalle disuguaglianze, dalla povertà educativa e dalla fragilità dei legami sociali, non basta invocare il diritto all’istruzione: occorre costruire le condizioni perché possa essere davvero esercitato da tutti. La scuola non può essere lasciata sola ad affrontare il disagio giovanile, la dispersione scolastica e le nuove forme di esclusione. Oggi la sfida è superare il modello dell’istituzione chiusa in se stessa e promuovere una comunità educante capace di coinvolgere famiglie, servizi sociali, associazioni e territorio, assumendosi una responsabilità collettiva nei confronti delle nuove generazioni.
La retorica istituzionale ama presentare la scuola come il supremo ascensore sociale, il baluardo democratico per eccellenza, il luogo in cui ogni individuo, indipendentemente dalle proprie origini, può costruire il proprio futuro. Eppure, osservando la realtà quotidiana dei nostri istituti, la scuola assomiglia sempre più a una monade leibniziana: priva di porte e finestre, chiusa in se stessa, sorda ai richiami del mondo esterno e incapace di guardare oltre i propri confini amministrativi. Una fortezza burocratica che pretende di educare intere generazioni ignorando la tempesta sociale, economica e culturale che infuria al di fuori delle sue mura.
Questo contributo non intende celebrare un idillio pedagogico che non esiste, ma denunciare una contraddizione strutturale: una scuola realmente inclusiva non può esistere senza il coinvolgimento profondo della comunità. La persistenza del modello della scuola-isola diventa così il simbolo di una responsabilità educativa frammentata, che rischia di compromettere il futuro delle nuove generazioni.
Il limite fondamentale del sistema d’istruzione contemporaneo risiede nella pretesa, esplicita o implicita, di poter assolvere da solo la propria missione. Si continua a pensare che confinare la trasmissione del sapere tra le pareti di un’aula, per cinque ore al giorno scandite dalle campanelle e suddivise in discipline spesso poco comunicanti tra loro, sia sufficiente a preparare ragazze e ragazzi alla complessità del mondo. È un’illusione riduttiva, che trascura un dato elementare: l’essere umano in età evolutiva non vive per compartimenti stagni.
Lo studente che appare svogliato al banco è lo stesso che, nel pomeriggio, può trovarsi a vivere in periferie abbandonate a se stesse, sperimentare la povertà educativa all’interno di un contesto familiare fragile o cercare punti di riferimento in una giungla digitale priva di un’adeguata mediazione adulta. La sua esperienza scolastica non è separabile dalle condizioni materiali, affettive e culturali in cui cresce.
Pretendere che la scuola possa arginare da sola il disagio giovanile, la dispersione scolastica e le difficoltà relazionali, mentre il resto del territorio resta a guardare o rinuncia al proprio ruolo, significa ignorare la natura collettiva dell’educazione. Significa, soprattutto, scaricare sugli insegnanti e sugli istituti responsabilità che richiedono risposte coordinate, risorse adeguate e una rete stabile di relazioni.
La scuola isolata rischia di diventare una scuola che esclude. Quando le famiglie vengono relegate al ruolo di interlocutori occasionali, convocati soltanto in presenza di problemi disciplinari o di risultati scolastici insoddisfacenti, il patto educativo si indebolisce. Quando i servizi sociali operano in una condizione di perenne emergenza, separati dagli insegnanti da confini burocratici e competenze che faticano a dialogare, i minori più vulnerabili rischiano di scivolare nelle crepe del sistema. Quando le associazioni, le realtà culturali, il volontariato e le attività produttive del territorio restano estranei alla progettazione formativa, la conoscenza scolastica può trasformarsi in un esercizio astratto, privo di legami con la vita quotidiana e con le esperienze concrete delle persone.
Le conseguenze di questo isolamento non si misurano soltanto attraverso le statistiche sulla dispersione scolastica. Dietro ogni percorso interrotto c’è una storia individuale, una possibilità mancata, una relazione educativa che non è riuscita a trovare il sostegno necessario. E dietro il progressivo distacco di molti giovani dalla scuola può esserci un’esperienza di estraneità: l’obbligo d’istruzione, anziché diventare un’opportunità di emancipazione, viene vissuto come un’imposizione da subire.
Denunciare questa situazione significa anche rifiutare la narrazione secondo cui la crisi dell’istruzione dipenderebbe esclusivamente dalla mancanza di fondi o dalla presunta apatia delle nuove generazioni. Le risorse sono essenziali, così come lo sono le condizioni di lavoro degli insegnanti e la qualità degli ambienti scolastici. Ma il problema è anche politico e culturale: riguarda la difficoltà di riconoscere l’educazione come un’opera collettiva, che coinvolge l’intera società.
Non basta proclamare la necessità di un’alleanza formativa nei documenti ministeriali o nei convegni accademici se, nella pratica quotidiana, ciascun soggetto continua ad agire separatamente. La famiglia accusa la scuola di autoritarismo o inefficienza; la scuola rimprovera alla famiglia il disinteresse; i servizi sociali intervengono spesso quando le difficoltà sono già diventate gravi; il territorio guarda all’istituzione scolastica come a un corpo estraneo, un edificio che si chiude al termine delle lezioni. In questo gioco di reciproche attribuzioni di responsabilità, a rimanere senza risposte sono proprio le ragazze e i ragazzi.
La via d’uscita richiede una trasformazione profonda: costruire una vera comunità educante, capace di superare le separazioni ereditate dal passato e di assumere l’educazione come responsabilità condivisa. Non si tratta di cancellare il ruolo specifico della scuola, né di caricare ulteriormente gli insegnanti di compiti che spettano anche ad altri soggetti. Si tratta, al contrario, di restituire a ogni attore sociale la propria funzione, mettendo in rete competenze, esperienze e risorse.
Questo cambiamento può tradursi nell’apertura degli istituti alla vita dei quartieri, attraverso spazi accessibili anche oltre l’orario delle lezioni, attività di doposcuola, laboratori culturali e artistici, occasioni di incontro e percorsi di partecipazione civica. La scuola può diventare un punto di riferimento per il territorio, un luogo in cui il sostegno allo studio si accompagni alla socialità, alla crescita personale e alla scoperta delle proprie capacità.
Il doposcuola, in questa prospettiva, non è una misura assistenziale destinata soltanto a chi è in difficoltà, ma uno strumento di emancipazione e di uguaglianza delle opportunità. Il sapere disciplinare può dialogare con le conoscenze artigianali, digitali e civiche presenti nella comunità; le biblioteche, i parchi, i centri culturali e gli spazi di aggregazione possono diventare parte integrante di un percorso educativo più ampio. Il quartiere può entrare nella scuola e la scuola può uscire dalle proprie mura, incontrando le persone nei luoghi in cui vivono.
È necessario, inoltre, che famiglie, servizi sociali e associazioni siano coinvolti stabilmente nella progettazione dei percorsi di crescita, non soltanto convocati per affrontare un’emergenza. Una comunità educante funziona quando la collaborazione non dipende dalla buona volontà occasionale dei singoli, ma è sostenuta da strumenti organizzativi, continuità progettuale e risorse adeguate. L’obiettivo non è sorvegliare maggiormente i giovani, bensì accompagnarli, ascoltarli e offrire loro opportunità concrete per sviluppare autonomia, consapevolezza e senso di appartenenza.
Una scuola democratica, coerente con i principi costituzionali, non può limitarsi a garantire formalmente a tutti l’accesso all’istruzione. Deve contribuire a rimuovere gli ostacoli economici, sociali e culturali che impediscono a molti studenti di trasformare quel diritto in un’esperienza effettiva di crescita e partecipazione. La scuola pubblica è un presidio fondamentale di uguaglianza, ma non può essere lasciata sola a compensare le disuguaglianze prodotte fuori dalle sue aule.
La risposta, dunque, non può consistere soltanto in riforme calate dall’alto o in nuovi adempimenti burocratici. Occorre ricucire il tessuto sociale attorno all’infanzia e all’adolescenza, riconoscendo che il benessere educativo dipende anche dalla qualità delle relazioni, dall’accesso alla cultura, dalla presenza di servizi e dalla possibilità di vivere in contesti capaci di offrire sostegno e fiducia.
Se non avremo il coraggio di superare il modello della scuola-monade e di trasformare l’istituzione scolastica in un centro vivo, aperto e permeabile alla comunità, continueremo a chiedere alla scuola di risolvere problemi che la società stessa contribuisce a generare. Rischieremo così di formare giovani capaci di adattarsi a sistemi impersonali, ma privati delle occasioni necessarie per comprendere e trasformare il mondo in cui vivono.
Una società che si definisce civile non può considerare l’educazione una responsabilità delegata esclusivamente agli insegnanti. Ogni bambina, ogni bambino, ogni adolescente è una responsabilità condivisa. Ricostruire una comunità educante significa riconoscere questo principio e tradurlo in scelte concrete: investimenti, collaborazione, ascolto e partecipazione. È da qui che può ripartire una scuola davvero per tutti, capace non soltanto di trasmettere conoscenze, ma di contribuire alla costruzione di una società più giusta, solidale e democratica.
Laura Tussi
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