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Arteterapia e Alzheimer: la cura come atto di pace e resistenza civile contro lo smantellamento del welfare



Data: 15 Ottobre 2026
Autore: Laura Tussi



Arteterapia e Alzheimer: la cura come atto di pace e resistenza civile contro lo smantellamento del welfare
di Laura Tussi


La crisi strutturale del welfare contemporaneo, insieme alla progressiva privatizzazione e aziendalizzazione della sanità pubblica, impone una profonda riflessione sulle politiche di cura, soprattutto nei confronti delle persone anziane fragili e di chi convive con patologie neurodegenerative come l’Alzheimer. In un contesto segnato dall’impoverimento dei servizi sociali e dalla crescente marginalizzazione delle persone considerate non produttive, l’esperienza di arteterapia familiare vissuta accanto ad Angela Belluschi rappresenta non soltanto una pratica di sostegno e di espressione personale, ma anche una pedagogia della cura e una testimonianza dal forte significato sociale e politico.
Questo approccio invita a superare una visione esclusivamente clinica della malattia, restituendo centralità alla persona, alla sua storia e alla sua dimensione affettiva. La cura diventa così uno spazio di resistenza umana, nel quale il privato assume una valenza politica e l’assistenza familiare si trasforma in un’esperienza concreta di solidarietà, dignità e nonviolenza. È una prospettiva che richiama il valore dei diritti fondamentali e denuncia le conseguenze di un modello sociale nel quale la tutela della salute rischia di essere subordinata a logiche economiche e a priorità di spesa sempre più distanti dai bisogni delle persone.

La progressiva riduzione delle risorse destinate alla sanità pubblica, alla prevenzione, all’assistenza sociosanitaria territoriale e ai servizi domiciliari espone molte famiglie a un isolamento difficile da sostenere. Quando il sistema pubblico non riesce a garantire un accompagnamento adeguato, il peso dell’assistenza ricade sempre più sui familiari, spesso privi di un sostegno psicologico, economico e organizzativo sufficiente. Questa situazione pone una questione di giustizia sociale: la cura non può essere considerata una responsabilità esclusivamente privata, né può dipendere soltanto dalle possibilità economiche e dalla disponibilità di tempo delle singole famiglie.

In questo scenario, l’esperienza maturata intorno ad Angela Belluschi assume un significato particolare. La mia testimonianza, insieme alla dedizione costante di mio padre, Giulio Tussi, marito di Angela, che si è preso cura di lei fino alla sua scomparsa nel 2024, racconta quanto siano fondamentali la continuità delle relazioni, la presenza affettiva e il rispetto della persona. Accanto all’assistenza materiale, infatti, esiste una dimensione emotiva che non può essere trascurata: la vicinanza, l’ascolto, la familiarità dei gesti quotidiani e la capacità di riconoscere la persona al di là della malattia.

Questo nucleo familiare non ha operato da solo. Il contributo delle operatrici Nora Romero e Johanna Aguilar ha rappresentato una componente importante della rete di sostegno, mostrando come la collaborazione tra familiari e figure di assistenza possa costruire un ambiente più accogliente e rispettoso. Si è così delineato un piccolo ecosistema di solidarietà, fondato sulla condivisione delle responsabilità e sulla valorizzazione delle relazioni. Un’esperienza che non sostituisce la necessità di servizi pubblici adeguati, ma dimostra quanto il sostegno professionale e quello affettivo possano integrarsi per accompagnare la persona fragile.

L’arte come linguaggio oltre le parole

Nel cuore di questa esperienza si colloca l’arteterapia familiare, intesa non come un semplice passatempo o una distrazione occasionale, ma come una possibilità di espressione, relazione e partecipazione. L’utilizzo dei pennarelli, la scelta dei colori e la creazione di segni grafici diventano strumenti attraverso i quali la persona può continuare a manifestare emozioni, preferenze e vissuti interiori, anche quando la comunicazione verbale diventa più difficile.

L’attività artistica apre uno spazio nel quale non tutto deve essere spiegato, classificato o ricondotto a una prestazione. Non è necessario produrre un’opera esteticamente compiuta, né perseguire un risultato misurabile. Ciò che conta è il processo creativo, la possibilità di scegliere, tracciare una linea, accostare colori, ripetere un gesto e condividere un momento con chi è presente.

In questa prospettiva, il foglio bianco si trasforma in un luogo di comunicazione alternativo. Il segno grafico può esprimere ciò che le parole non riescono più a contenere; il colore può diventare una traccia di emozioni, sensazioni e stati d’animo difficili da verbalizzare. L’attività creativa consente così di mantenere aperto un canale di relazione, senza pretendere che la persona debba continuamente dimostrare le proprie capacità cognitive.

La malattia di Alzheimer può compromettere progressivamente la memoria, l’orientamento, il linguaggio e altre funzioni cognitive, ma non cancella automaticamente ogni possibilità di provare emozioni, percepire stimoli sensoriali o entrare in relazione con gli altri. È importante, tuttavia, non idealizzare questa condizione: ogni persona vive la demenza in modo diverso e le capacità possono variare nel tempo. Proprio per questo, l’attività artistica deve essere proposta con delicatezza, rispettando i ritmi individuali, le preferenze e gli eventuali segnali di stanchezza o disagio.

Nell’esperienza di Angela, i colori vivaci e la libertà del gesto hanno rappresentato una possibilità espressiva preziosa. Le tonalità dell’arcobaleno, che richiamano simbolicamente la pace e l’incontro tra le differenze, hanno accompagnato momenti nei quali l’espressione artistica poteva offrire uno spazio di partecipazione e di presenza. Il foglio diventava insieme specchio e rifugio, superficie sulla quale lasciare emergere una traccia di sé.

I colori, in questo contesto, non hanno bisogno di essere interpretati secondo schemi rigidi o significati prestabiliti. Il loro valore risiede anzitutto nella libertà di sceglierli e utilizzarli, nella possibilità di esercitare un’autonomia personale e nel piacere di un’attività condivisa. È in questa libertà che l’arte può contribuire a contrastare la spersonalizzazione e a restituire dignità alla persona, riconoscendola non soltanto come destinataria di cure, ma come protagonista di un’esperienza.

La famiglia e il diritto alla cura

L’esperienza dell’arteterapia familiare acquista una rilevanza ancora maggiore se considerata alla luce delle difficoltà del welfare contemporaneo. Quando diminuiscono le risorse per l’assistenza domiciliare integrata, il sostegno psicologico e i servizi territoriali, i caregiver sono spesso costretti ad affrontare da soli un carico emotivo e materiale considerevole. La cura rischia allora di trasformarsi in una responsabilità invisibile, affidata prevalentemente alle famiglie e sostenuta attraverso sacrifici che raramente trovano un adeguato riconoscimento pubblico.

In questo quadro, l’attività artistica condivisa può rappresentare una forma di resistenza quotidiana all’indifferenza e all’isolamento. Non perché sia in grado di sostituire le terapie, le competenze professionali o i servizi sanitari necessari, ma perché contribuisce a preservare la dimensione relazionale dell’assistenza. La persona non viene ridotta alla diagnosi, alla gestione dei sintomi o alle necessità organizzative: rimane una presenza con una propria storia, una sensibilità e un diritto a essere ascoltata.

L’arte può inoltre offrire ai familiari un’occasione per vivere la relazione al di fuori della continua preoccupazione per la malattia. Disegnare insieme significa condividere un tempo che non sia scandito soltanto dalle incombenze assistenziali, dai controlli e dalle difficoltà quotidiane. È un modo per conservare uno spazio di reciprocità, nel quale il rapporto affettivo non venga interamente assorbito dal ruolo di chi assiste e di chi riceve assistenza.

Questa dimensione è particolarmente importante perché anche i caregiver hanno bisogno di essere sostenuti. La loro dedizione non deve diventare il pretesto per giustificare l’assenza delle istituzioni. Al contrario, l’impegno delle famiglie dovrebbe essere accompagnato da servizi accessibili, formazione, sollievo assistenziale e sostegno psicologico. La solidarietà dal basso e la responsabilità pubblica non sono alternative: devono procedere insieme.

Per questo la cura domestica può assumere un significato politico. Non è sufficiente celebrare l’amore familiare se, contemporaneamente, si lasciano le famiglie prive degli strumenti necessari per affrontare la fragilità. Occorre trasformare le esperienze di solidarietà in un richiamo concreto alla responsabilità collettiva, affinché il diritto alla salute e all’assistenza non dipenda dalla disponibilità di risorse private.

La critica alle politiche di austerità e alla crescente centralità delle spese militari si inserisce in questa riflessione. In una società che dichiara di voler proteggere i cittadini, la destinazione delle risorse pubbliche rappresenta una scelta di valore. Investire nella sanità, nella prevenzione, nell’assistenza agli anziani e nel sostegno alle persone con disabilità significa rafforzare la sicurezza umana e la coesione sociale. La pace, infatti, non riguarda soltanto l’assenza della guerra: si costruisce anche garantendo condizioni di vita dignitose e proteggendo chi è più vulnerabile.

La memoria partigiana e l’eredità della nonviolenza

L’esperienza di Angela Belluschi si intreccia anche con una storia familiare che rimanda alla memoria della Resistenza. Nei momenti di espressione artistica, i gesti e i colori possono essere letti simbolicamente in relazione ai racconti dell’infanzia e all’eredità morale del padre, Luigi Belluschi, partigiano e sabotatore della Breda.

Questo legame non implica attribuire automaticamente a ogni segno grafico un significato politico consapevole. Rappresenta piuttosto un modo per riconoscere quanto la storia familiare, i ricordi e i valori trasmessi tra le generazioni possano continuare a dare senso alle relazioni anche quando la malattia modifica profondamente la comunicazione e la memoria.

La memoria della Resistenza richiama la lotta contro l’oppressione, il rifiuto della sopraffazione e la difesa della dignità umana. Questi valori possono trovare una continuità ideale nella cura quotidiana: nella pazienza, nel rispetto, nella capacità di accompagnare senza imporre e nella volontà di non abbandonare chi attraversa una condizione di fragilità.

L’arte diventa così un possibile ponte tra generazioni. Da una parte, conserva il legame con una storia di coraggio e di opposizione all’ingiustizia; dall’altra, offre uno spazio nel quale la persona malata può continuare a essere riconosciuta nella propria individualità. La resistenza non assume più la forma della lotta armata, ma quella di una presenza quotidiana che si oppone all’indifferenza, alla solitudine e alla perdita di riconoscimento sociale.

In questa prospettiva, la nonviolenza non è un principio astratto. Si traduce in gesti concreti: rispettare i tempi della persona, non umiliarla per le sue difficoltà, non ridurla a un peso assistenziale, creare occasioni di incontro e difendere il suo diritto a una vita dignitosa. Sono pratiche apparentemente piccole, ma essenziali per costruire una società capace di prendersi cura dei propri membri più fragili.

La civiltà di un Paese si misura dalla cura

L’esperienza vissuta accanto ad Angela Belluschi ci consegna una riflessione che va oltre la dimensione familiare. Curare attraverso l’arte, la relazione e la vicinanza significa affermare che la dignità umana non diminuisce con la perdita dell’autonomia, con l’avanzare dell’età o con il deterioramento delle capacità cognitive. La persona conserva il diritto di essere accompagnata, ascoltata e riconosciuta fino all’ultimo tratto della propria esistenza.

Questo non significa contrapporre la casa agli ospedali o alle strutture residenziali, né considerare ogni forma di assistenza istituzionale impersonale per definizione. Le strutture sanitarie e sociosanitarie possono svolgere un ruolo indispensabile, purché garantiscano professionalità, attenzione individuale e rispetto dei diritti. Il problema nasce quando la carenza di risorse, la mancanza di personale o la logica del contenimento dei costi compromettono la qualità dell’assistenza e rendono più difficile tutelare la persona nella sua interezza.

La risposta non può dunque consistere nel trasferire ulteriori responsabilità sulle famiglie, ma nel costruire un sistema integrato nel quale servizi pubblici, professionisti e reti affettive collaborino realmente. L’arteterapia familiare, quando è praticata in modo rispettoso e adeguato alle condizioni individuali, può contribuire a questo percorso, offrendo occasioni di espressione e relazione senza sostituirsi alle cure cliniche e assistenziali necessarie.

La mia testimonianza, come figlia di Angela e insieme a mio padre Giulio, nasce proprio dalla consapevolezza che la cura è una responsabilità umana e collettiva. La dedizione familiare, il sostegno delle operatrici e il valore dell’espressione artistica hanno rappresentato elementi di un percorso nel quale l’affetto ha continuato a cercare forme di comunicazione anche di fronte alle difficoltà imposte dalla malattia.

Difendere il welfare, rafforzare la sanità pubblica, sostenere i caregiver e garantire servizi dignitosi alle persone con demenza significa dare concretezza a una cultura della pace. Una società realmente civile non si limita a proclamare i propri valori: li traduce nelle scelte di bilancio, nell’organizzazione dei servizi e nella capacità di non lasciare sole le persone più vulnerabili.

La vicenda di Angela Belluschi continua così a richiamarci a una responsabilità che riguarda tutti. La cura non è un lusso, né un affare esclusivamente privato. È un diritto, un legame e una scelta politica. E la qualità di una democrazia si misura anche dalla capacità di proteggere le vite fragili, riconoscendo in ogni persona, indipendentemente dalla sua autonomia o produttività, un valore che nessuna malattia e nessuna logica economica possono cancellare.



Laura Tussi



Nella foto: un disegno di Angela Belluschi, madre della nostra giornalista Laura Tussi, con la presenza di Nora Romero e Johanna Aguilar che insieme costituiscono un autentico presidio creativo e artistico di arte terapia a supporto delle sindromi neurodegenerative al di fuori di un contesto ospedalizzato, ma nell’ambito familiare