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Don Milani e la scuola che non deve lasciare indietro nessuno: «Rimescolare il sangue» della società



Data: 15 Ottobre 2026
Autore: Laura Tussi



Don Milani e la scuola che non deve lasciare indietro nessuno: «Rimescolare il sangue» della società
di Laura Tussi

Non c’è ferita più profonda e persistente nel corpo della democrazia moderna di quella inferta da un’istituzione che abdica al proprio mandato costituzionale per trasformarsi in una macchina di selezione classista. A quasi sessant’anni dalla denuncia tagliente di don Lorenzo Milani e dei ragazzi della Scuola di Barbiana, l’immagine della scuola come «un ospedale che cura i sani e respinge i malati» non ha perso un solo grammo della sua brutale attualità. È il ritratto impietoso di un sistema che capovolge la propria missione etica: anziché farsi carico delle fragilità per colmare i divari, le penalizza, trasformando lo svantaggio sociale in colpa individuale.

Parlare oggi di «creare il sangue» e «rimescolare il sangue» significa rigettare con forza l’idea della scuola come un ascensore sociale inceppato o, peggio, come un club esclusivo per chi possiede già i codici culturali ed economici necessari per emergere. Quei concetti, nati tra i banchi poveri di una canonica isolata nel Mugello, evocavano una rivoluzione antropologica prima ancora che pedagogica. Pretendevano un corpo sociale unito, organico, nel quale la malattia di una sola parte — l’emarginazione, l’analfabetismo di ritorno, l’abbandono scolastico — compromettesse la salute dell’intero organismo.

Eppure, il sistema di istruzione contemporaneo continua a oscillare pericolosamente tra la retorica dell’inclusione e la pratica della selezione occulta. Sotto la patina di una presunta neutralità meritocratica si celano barriere invisibili, ma insormontabili. Quando la dispersione implicita non viene intercettata, quando il voto numerico diventa un timbro di condanna anziché uno strumento diagnostico, quando la povertà educativa viene ereditata di padre in figlio senza che le aule scolastiche riescano a invertire la rotta, la scuola rinnega se stessa. Diventa una clinica estetica che lucida l’eccellenza di chi corre già veloce, abbandonando sul ciglio della strada chi ha il passo più incerto.

La denuncia di Barbiana non era un lamento nostalgico, ma un atto d’accusa politico e rivoluzionario. Ci ricordava che la cultura non è un ornamento decorativo né un privilegio da esibire, ma lo strumento fondamentale per «levare il tappo» alla storia e restituire la parola a chi è stato ridotto al silenzio. Fino a quando l’accesso al sapere rimarrà condizionato dal CAP di provenienza o dal conto in banca della famiglia d’origine, ogni discorso sulla parità delle opportunità resterà un esercizio ipocrita.

Rimescolare il sangue della società significa oggi pretendere un cambiamento radicale nelle logiche dell’insegnamento: significa passare da una scuola che misura le capacità a una scuola che le sviluppa e le alimenta, che sa farsi carico dei «rimandati» di ieri e di oggi, trasformando il sapere da privilegio di pochi in ossigeno condiviso.

Perché un Paese che accetta di perdere anche un solo studente per strada non sta soltanto fallendo sul piano pedagogico: sta pianificando il proprio collasso civile.





Laura Tussi