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Conflitti e industria bellica sono il risultato di una catastrofica coazione a ripetere. Una critica radicale della guerra, del fascismo e dell’irrazionalità armata



Data: 12 Ottobre 2026
Autore: Laura Tussi



Conflitti e industria bellica sono il risultato di una catastrofica coazione a ripetere. Una critica radicale della guerra, del fascismo e dell’irrazionalità armata
di Laura Tussi

La storia contemporanea sembra essersi incagliata in una tragica coazione a ripetere. Il ritorno prepotente della guerra e la riemersione di rigurgiti fascisti e autoritari non sono incidenti di percorso o anomalie temporanee del sistema globale, ma il sintomo strutturale di un modello di sviluppo basato sulla dominazione, sulla competizione esasperata e sulla dinamica perversa della forza. Di fronte a questo scenario di cupa regressione civile, l’unica risposta eticamente sostenibile e storicamente efficace non risiede nell’inseguimento della logica bellica, ma nella pratica radicale della lotta nonviolenta.
L’irrazionalità perversa del riarmo

Ogni guerra è un fallimento radicale della politica e un crimine contro l’umanità che non ammette giustificazioni. Accettare la retorica del riarmo e della militarizzazione come strumenti di deterrenza significa cadere nella trappola ideologica del nemico: più armi circolano, più insicurezza globale si genera; più si investe nella morte, più si sottraggono risorse vitali alla sanità, all’istruzione e alla giustizia sociale.

Il mito della “guerra giusta” si scontra tragicamente con la realtà cinica dei moderni conflitti, dove la stragrande maggioranza delle vittime è composta da civili inermi, bambini, donne, anziani. Salvare le vite umane è l’imperativo categorico inderogabile da cui nessun calcolo geopolitico o geostrategico può prescindere. La vita non è merce di scambio sull’altare della ragion di Stato.

Il fascismo e la mutazione autoritaria
Il ritorno del fascismo non si manifesta necessariamente con le forme anacronistiche del passato, ma si insinua subdolamente attraverso la normalizzazione della violenza verbale e fisica, la xenofobia, il nazionalismo aggressivo, la riduzione delle libertà democratiche e la creazione costante di capri espiatori. Il fascismo cresce laddove la disuguaglianza sociale lacera il tessuto comunitario e dove la paura viene coltivata come strumento di governo. Contrastare questa deriva richiede un’opposizione intransigente che rifiuti però di adottare i metodi dell’avversario. Rispondere alla violenza con altra violenza significa legittimare la legge del più forte, terreno sul quale i regimi autoritari avranno sempre la meglio.

La potenza rivoluzionaria della nonviolenza attiva
La nonviolenza non è debolezza, pacifismo passivo o rassegnazione di fronte all’ingiustizia; è, al contrario, l’azione politica più dirompente, coraggiosa ed efficace a disposizione degli esseri umani. La storia — da Gandhi a Martin Luther King, dai movimenti di resistenza civile alle lotte per i diritti civili — dimostra che la disubbidienza civile di massa, il blocco economico, lo sciopero generale e il rifiuto organizzato della collaborazione con l’oppressore sono in grado di sgretolare i regimi più sanguinari senza spargere sangue.

La nonviolenza disarma il potere perché ne rifiuta le regole. Smantella la struttura gerarchica che rende possibile la sottomissione e restituisce centralità assoluta alla dignità della persona.

Il disarmo nucleare come urgenza esistenziale
All’interno di questo orizzonte, il disarmo nucleare totale e immediato costituisce l’azione prioritaria e non negoziabile della nonviolenza attiva. La presenza di arsenali atomici pronti all’uso rappresenta una minaccia permanente di estinzione per l’intera specie umana e per il pianeta. Continuare a tollerare la deterrenza nucleare equivale a giocare alla roulette russa con il futuro del mondo. La sicurezza globale non si fonda sull’equilibrio del terrore, ma sulla cooperazione, sul diritto internazionale e sulla fiducia reciproca.

È tempo di rigettare la falsa alternativa tra la sottomissione alla violenza e la partecipazione alla guerra. La pace non è l’assenza di conflitto, ma la presenza della giustizia perseguita con mezzi giusti. Rifiutare la guerra, smilitarizzare le menti e le società, praticare la nonviolenza attiva sono oggi i soli doveri morali e politici capaci di garantire un avvenire all’umanità.
Laura Tussi