Palestina ed Israele

passato presente futuro

La gravità della fase attuale del conflitto tra Palestinesi ed Israeliani impone una nuova riflessione sull’argomento. Innanzi tutto, come per l’ 11 settembre, esprimo il mio cordoglio per le vittime di entrambe le parti e la condanna della guerra e del terrorismo (termini, questi ultimi, interscambiabili: qual è la guerra e qual è il terrorismo al di là delle definizioni di vocabolario?), che credono di poter risolvere i problemi attraverso l’annullamento e la morte dell’altro invece di trovare forme di dialogo e integrazione.

La cronaca è nota nella sua tragicità. Proverò allora a scavare le realtà politico militari del passato che influiscono sul presente e sulle prospettive future, analisi che generalmente i mass-media non fanno o per collusione con qualcuna delle parti o per presunta oggettività di informazione. Due citazioni, una più antica ed una più recente, sono a mio avviso illuminanti.

"Per l’Europa, noi costruiremo laggiù un avamposto contro l’Asia… Noi saremo l’avanguardia della civilizzazione contro le barbarie". (da Teodoro Herzl, Lo stato ebraico, 1896 Edizione viennese, 1918 Edizione italiana)

"La causa profonda del conflitto è l’insediamento di una nuova popolazione su un territorio già occupato, insediamento non accettato dall’antica popolazione del luogo. Il conflitto ci appare così, essenzialmente, come la lotta di una popolazione indigena contro l’occupazione straniera del suo territorio nazionale… Israele si trova veramente a confrontarsi col dilemma che alcuni gli avevano predetto. Come tenere sotto il proprio dominio le terre arabe conquistate? O lo stato è democratico, e anche solo di tipo parlamentare liberale: in questo caso gli arabi saranno presto in maggioranza, e sarà finita con il sogno di uno stato ebraico; oppure gli arabi verranno trattati come cittadini di seconda classe, la discriminazione sarà legalmente istituita, fino a praticare una politica simile a quella del Sud Africa… Una guerra rivoluzionaria condotta contro Israele da commandos palestinesi con il sostegno più o meno dichiarato di certi stati arabi è indubbiamente possibile". (da Maxime Rodinson, Israele e il rifiuto arabo, Torino, 1969).

Le due citazioni sono significative della situazione. Fin dall’inizio gli arabi non riconobbero il sionismo. In un Congresso alcuni rappresentanti siriani, libanesi e palestinesi (02.07.1929) dissero di opporsi all’immigrazione sionista in qualunque parte del paese, perché non riconoscevano loro alcun diritto sulla terra e sul popolo. Proponevano d’altra parte per gli ebrei compatrioti diritti comuni e responsabilità comuni.

In occidente la pubblica opinione ha sempre collegato gli ebrei israeliani agli ebrei che furono vittime delle persecuzioni naziste ed ha per lungo tempo considerato, guidata da tutta la stampa d’informazione, la resistenza dei palestinesi come dettata da ragioni d’antisemitismo. I palestinesi hanno sempre negato di combattere gli ebrei in quanto comunità etnica e religiosa, affermando che la loro azione è rivolta contro le attuali strutture statali teocratiche e razziste d’Israele, per la creazione di una Palestina democratica dove ebrei ed arabi possano coesistere e difendere un unico interesse nazionale. La proposta più recente viene formulata nei termini di "due popoli in due stati".

Ancora due riflessioni.

Se consideriamo il conflitto come una realtà localizzata alla Palestina, riflessione suggerita da Rodinson, verrebbe da chiedersi perché gli organismi politici internazionali, preposti a dirimere i conflitti nel mondo, non siano intervenuti per tempo per impedire i massacri attuali, che riprendono ed accentuano quelli di un passato recente e lontano. Prevenire è meglio che curare, dice un noto spot pubblicitario. Perché lasciamo agli spot il compito di dire le verità più grandi?

Ed allora - ecco la seconda riflessione suggerita da Herzl - nasce il sospetto che il conflitto prenda origine da qualcosa di più profondo ed ampio. Il Medio Oriente si affaccia alla regione del mondo più ricca di petrolio e di altre materie prime preziose. Il Medio Oriente e l’Asia Centrale posseggono il 70% circa della quantità di petrolio presente nel mondo. Facevamo un discorso analogo in occasione del conflitto afgano, mai concluso, anche se non fa più notizia. "Noi costruiremo un avamposto contro l’Asia…noi saremo l’avanguardia della civilizzazione contro le barbarie". Cosa si nasconde sotto la civilizzazione e sotto la presunta barbarie? La civilizzazione è forse la guerra totale e perenne?

Quanto valgono gli "alt" che Bush ogni tanto pone, lo ha fatto anche nei giorni scorsi, a Sharon perché si ritiri dai territori occupati, dal momento che gli USA hanno sempre appoggiato la politica di espansione di Israele e l’hanno fatta loro per la conquista di altre terre verso l’Oriente? E’ credibile Bush in questa sua nuova benevola attenzione al popolo palestinese ed a tutta l’area mediorientale? Se fossero vere queste attenzioni, il progetto imperialista statunitense, come lo definisce Giulietto Chiesa, cadrebbe. Ma non ci sono segni paralleli a questo cambiamento di rotta della politica di Bush.

Inoltre un tale ipotetico cambiamento di rotta porterebbe ad un malcontento dei paesi arabi moderati, alleati negli interessi e nella politica con gli USA. Quella svolta potrebbe dare origine ad un nuovo conflitto da gestire nella zona in questione.

La situazione è complessa e grave. Non s’intravede uno sbocco in tempi brevi e sin quando gli Stati Uniti intendono essere i portatori della civiltà contro "le barbarie".

Uno dei giorni scorsi, Gad Lerner rispondeva alle domande di Enzo Biagi ne "il fatto" e diceva, cito a memoria ma il ricordo è netto, …per noi è un problema di sopravvivenza…e se questa non ci viene assicurata in quella terra, perché non pensare di andare altrove?…

Lerner è persona intelligente e preparata e gode della mia stima, ma come può pensare che il conflitto palestinese-israeliano sia solo un problema condominiale di buon vicinato?

Una nota di speranza, accanto al lavoro delle diplomazie, intaccate tuttavia dalle contraddizioni indicate, è la mobilitazione generale di base per la negoziazione e la pacificazione della regione. Cessare il fuoco subito, stop all’occupazione, stop al terrorismo, presenza di forze internazionali d’interposizione, due popoli in due stati, solidarietà ai riservisti sono le domande dei movimenti di base. L’azione dei riservisti che si rifiutano di occupare i territori palestinesi è simbolica ma di grande impatto non solo sulle popolazioni di tutto il mondo, ma anche sui governanti stessi. Altri esempi potrebbero essere citati. Il cammino è lungo, ma la speranza non cade.

(15 aprile 2002)

Mario Arnoldi