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Redazionale del n 10 (Dicembre 2001)

Natale tra sogno e realtà

E' già guerra. Ed è prossimo il natale. Non sappiamo come accostare due realtà diametralmente opposte. Il natale invoca il dolce tepore di un seno fecondo: della terra, di una mamma, di chi offra un caldo rifugio a vite insicure. Chiede spazio e luce e cibo e calore. Il natale è realtà simbolica, che supera e resiste alla storia; che prende forma nelle piccole storie e le trasporta verso un destino che oltrepassa i frammenti in cui si incarna.

Il fiume della Vita scorre ininterrotto, portando con sé i flutti ora leggeri e luminosi, ora torbidi e tetri. "Polemos (la guerra) è la madre di tutte le cose", diceva l'antico filosofo. Separare gli opposti significa interrompere, porre barriere al flusso vitale, sbilanciando i due poli che tengono sospeso l'arco della vita. Ma Polemos non è matrigna; è madre che tiene insieme le contraddizioni, e così ci insegna a convivere con esse, magari allettandoci con un sogno di bene e spingendoci a lottare per tradurlo in realtà.

Ricordo che da bimba coltivavo un sogno: avere una bicicletta. Mai espressi il desiderio. Mi limitavo ad immaginarmela, nel pre-sonno, correndo leggera - le mani ben avvinghiate al manubrio rosso vivo - libera, guardata da un cielo che mi toccava con i suoi bagliori, fino a che la scena non si prolungava nel sonno. Una notte mi trovai davanti ad una montagna di biciclette, sapendo di sognare. Bene, mi dissi, questa volta ce la faccio: tra tante, me ne resterà una a sogno finito e farò in modo che la realtà non me la sottragga; intanto mi aggrappavo forte all'oggetto del mio desiderio. Al risveglio nulla di nulla. Oh la grande differenza tra la beatitudine del sogno e la deludente realtà! Ma quando ottenni concretamente la mia bicicletta e vi correvo su, non avevo più la freschezza e la festa di colori che solo il sogno sapeva regalarmi.

Fantasia e realtà dovrebbero correre di conserto, come un binario. Ma siamo balzani e spesso rincorriamo una realtà dissociata dal sogno o viceversa; pretendiamo di eludere lo scarto tra sogno e realtà per la mancanza di pazienza a relazionarli. Avevano questa funzione i miti: come Kumbha Mela, la grande festa indù che celebra il mito della lotta tra dei e demoni per la conquista dell'immortalità; o il Natale, antica festa del dio Sole, che non muore mai perché ritorna sempre uguale a se stesso; o perfino il Natale cristiano che promette una rinascita perenne del divino nell'umano.

Oggi i nuovi miti accompagnano e acuiscono la lacerazioni anziché ricomporle. L'eroe è il kamikaze che muore dando morte. La guerra è come una nube tossica che dissemina morte ovunque, ignorando i confini che dovrebbero separare gli aventi-diritto-a-vivere, da quelli destinati a morire! Quale vita e quale morte sono queste generate dall'odio? Così facendo, sprofondiamo tutti in un abisso dove regna l'indistinto e il caos. Per tirarci su, dobbiamo maciullare le nostre coscienze scavando in profondità e ricominciare daccapo a ricamare sogni nutriti di speranza e preghiera e semplicità e fratellanza e tutto ciò che abbiamo lasciato sommergere: "bisogna avere il caos dentro di sé per partorire una stella danzante" (Nietzsche).

La paura della guerra non può generare la pace; né basta la compassione per chi versa sangue innocente o la semplice condanna dei guerrafondai. E' edulcorata di droghe la nostra voglia di pace, a che non saremo pronti, come Gandhi, a porgere il petto contro, anzi "di fronte" a chi ancora chiamiamo nemico. Perché il sogno scivoli lieve verso la realtà e la lambisca, è necessario quel momento di sospensione (nel giudicare, nel dire, nel fare), per accorgerci che il mondo, la realtà, ha bisogno di pensiero nuovo, di idee nuove, di vite nuove. Ogni apocalisse della storia è sempre unica, e quella che viviamo non abbisogna di qualche "Fra' Lazzaro", campione del moralismo piagnone (Machiavelli), ma di profeti. Profeti che abbiano incorporato il passato (ideologie, politiche, solidarismi vari), ne facciano una mappa per orientarsi, ma poi la ridisegnino: nella linea divisoria, sempre mobile, tra passato e futuro, sogno e realtà debbono ancora poter convivere.

E se l'angoscia ci fa chiedere: "Nei tempi oscuri ci sarà ancora il canto?", risponderemo con Brecht: "Sì, ci sarà il canto, che parlerà dei tempi oscuri".

Ausilia Riggi Pignata

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