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Redazionale del n° 5 (Maggio 2001)

Laicità per sottrazione

Ceronetti è pessimista sino al collo, ma molte sue frasi aiutano a pensare. Poco fa leggevo da lui così: "siamo democratici a morte"; e il senso era chiaro. Nella poltiglia che si sta addensando nella nostra società, tra razze religioni usi diversi, è faciloneria dire che va bene così; che siamo bravi ad accogliere tutti; che si prepara un futuro più ricco dell'apporto variopinto regalato dalla mescolanza del nord col sud del mondo. E' errato pensare che la democrazia sia prodotto preconfezionato, assolutamente buono da applicare in qualsiasi condizione. E suona retorico pronunziare parole come uguaglianza libertà garanzia dei diritti per tutti, quando, per portare un solo esempio, assistiamo al degrado in cui sono ridotte le nostre città.

Di fronte alla trasformazione in atto ci sono i rassegnati, gli illusi, gli idealisti, i pessimisti, eccetera. Ma è impossibile a tutti evitare lo spettro di un futuro problematico che avanza con la velocità della luce e che, dopo aver cancellato le tracce del passato migliore, abbandona il presente e soprattutto il futuro al disincanto.

Che cosa succede? Chi ci capisce qualcosa? Ad ascoltare i maestri attuali del pensiero laico - da Bobbio a Rusconi, a M. Revelli, a Zizola, per limitarci a nomi di vicinato - c'è da restare ancora più in crisi, perché non regge il confronto tra le (buone) idee, ammonitrici, e il vissuto (meno buono), minaccioso. E' sotto gli occhi di tutti lo sgretolarsi del significato stesso di parole come democrazia e repubblica, patria e nazione, stato e società, eccetera, tanto da non raccapezzarsi più. Né i teorici riescono a rifornire il vocabolario. In mancanza di definizioni nuove, ci propinano una serie di "post": postcapitalismo, postfordismo, postcomunismo, poststatalismo, e finiamola qui. Per dirla ancora con qualche esempio, l'idea di patria è diventata pericolosa (trasuda di sangue patriottico ogni monumento inneggiante agli eroi immolati all'altare della patria, e non riusciamo a gloriarcene); ma anche l'idea di nazione che "accomuna tradizioni storiche, lingua, cultura, origini" reclama di essere rimpiazzata da contenuti più vicini al nostro stile di vita, annegato nel villaggio globale, che del villaggio ha perso le caratteristiche e del globale ha solo l'accezione peggiore.

E allora? Come conciliare la logica dello spezzatino - chiusura in localismi asfittici - con la necessità di nuovi codici collettivi, che ci facciano raccapezzare nella confusione babelica? Gli esodi biblici inarrestabili non possono essere arginati dalle nostre polizie o, al meglio, dalla generosità volontaristica di accoglienza (che però lascia l'ospite dietro la porta di casa). E non basta mettere in gioco la laicità col dito puntato contro clericalismi e fondamentalismi. Oggi al vero laico non resa che interrogarsi su situazioni di fatto, privo del sostegno delle "meganarrazioni" (Lyotard) di un tempo, che ravvivavano il quadro di un passato, raccontato e trasmesso come promessa di futuro.

Parlare di laicità fino ad ieri significava uso di metodi razionali e appiglio a valori universalizzanti in grado di rendere il mondo meno disuguale, sia all'interno dei vari aggregati sociali sia tra tutti i popoli. L'illuminismo (quanto mai necessario a distruggere abusi di ogni genere in nome della ragione, uguale in tutti gli esseri umani) ha inaugurato un'epoca nuova che ha fatto emergere nel panorama sociale le masse. E c'è da dire, con amarezza, che da questo bene nuovo si sono originati mali nuovi, per via delle strumentalizzazioni del potere: dai vari totalitarismi di ieri all'odierno imbonimento in cerca di consenso.

Eppure la laicità ha continuato ad operare, sia pure in maniera più o meno carsica, disseminando la terra in attesa di salvezza. O non dovremmo più sperare nella nostra epoca dei post? Abbiamo ancora bisogno di sapere che "Dio si è messo da parte per dare spazio all'uomo" (S. Weil); di denunziare il male radicale, quello che omologa e fa considerare gli uomini superflui (H. Arendt); di contagiare di libertà gli emarginati e gli oppressi della terra.

Ma aveva intuito bene Giovanni XXIII nel coniare la celebre frase: "Non è l'umanità che deve diventare cristiana; è il cristianesimo che deve diventare umano". Vi possiamo trovare una delle risposte ai nostri interrogativi sulla laicità: è finito il tempo di farci forti di questi stessi ideali di riscatto umano in vista di conquistare il mondo, poiché la libertà e l'uguaglianza non si regalano; e la lentezza dei cambiamenti non può essere accelerata da un nuovo tipo di violenza che si impone ai processi autonomi di trasformazione. Piuttosto l'adeguamento al nuovo corso storico andrebbe visto come l'occasione, anche per noi occidentali, di revisione dei nostri parametri di crescita irregolare e mal distribuita.

La laicità non abita né presso apocalittici né presso integrati (in un credo, qualunque sia la fonte a cui attinge). Non c'è una parola magica di salvezza da predicare, né un'azione sociale in grado di assicurare niente.

Col suo "Siamo democratici a morte", la nostra Cassandra continua a percuoterci l'orecchio. Ci aiuta ad essere meno baldanzosi a ritenere - per parlare dell'immediato - che, se vincerà alle elezioni politiche il "nemico", saremo in grado di resistergli; o, se vincerà la sinistra speranzosa, sorretta dagli "atei devoti" (Amato) del centro, faremo in modo che si ceda ad esigenze maturate nella coscienza dei singoli e che nessun potere saprà sottrarci.

E se invece prendessimo coscienza che la democrazia ci ha dato l'illusione che tutto si aggiusta a via di gridare e di rendere operanti i nostri diritti? L'orizzontalità democratica nella quale siamo caduti dietro il crollo delle antiche piramidi, scatena dinamiche le quali non si possono né preventivare né arginare con i vari collanti (dal religioso al politico, e nemmeno al sociale, per intenderci). Di democrazia ci si può anche ubriacare e morire.

***

Ebbene la paroletta OLTRE, sostituita ai post, potrebbe suggerirci un sentiero praticabile, anche se richiede il coraggio di fare marcia indietro per ritrovare sentieri interrotti. Indica che il meglio del passato smarrito lo si può rin-tracciare ancora. Oltre indica la spinta in avanti "a partire da", dunque senza nulla negare dei valori a cui abbiamo la voglia di aderire ancora, costi quel che costa. Per riprendere la frase del papa buono, si tratta di sottrarci qualcosa di ciò che crediamo di essere, per riconquistare la vera identità, nelle quale possiamo riconoscerci tutti gli abitanti della terra: l'identità umana

Ahimè quanto è difficile trasformare questa teoria-della-sottrazione nella concretezza del quotidiano!

In redazione ci sono persone concrete, che dicono pane al pane.

Raccolgo le varie frasi nella loro nudità e povertà, ma scaturite da una riflessione franca e confrontata:

Non diteci che voliamo basso. Semmai suggeriteci qualcosa di meglio, purché attuabile qui ed oggi.

Basti dire che perfino il femminismo ha ridimensionato i suoi slogan, coniandone uno di più modeste ma intense pretese: <Uguali, ma non troppo> (dove il <non troppo> non è a scapito dell'uguaglianza, ma dell'omologazione).

Ausilia Riggi Pignata

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