Discussione
Tra guerra e pace, la nostra croce
Ringrazio Ausilia Riggi Pignata dell'attenzione data al mio libro La politica è pace, sul n. 7 di Tempi di fraternità. Ausilia pone una domanda grave e decisiva: quando il male rischia di trionfare, non è necessario opporvisi, fargli la guerra?
Risponderei, in una prima sintesi: opporvisi, sì; fargli la guerra, no. E perché? Perché la guerra imita, riproduce e conferma il male che vorrebbe togliere (ammesso che sia fatta in buona fede). Ho citato più volte Kant: "La guerra fa più malvagi di quanti ne toglie di mezzo". Questa icastica constatazione è realistica. Che la guerra pulisca il mondo, o anche solo che fermi il male, è un'illusione.
Ma non mi sogno di trovare risposte "assolutamente inconfutabili" a quella domanda. Le scienze etiche e pratiche (tale è la politica), ovvero le scienze dell'agire umano, non sono scienze esatte - lo sappiamo bene - perché dipendono dai valori che ciascuno pone a principio e orientamento dell'agire, con quelle scelte libere e intime, quindi anche misteriose, che caratterizzano il centro profondo della vita personale. Noi cerchiamo di persuadere, ma non ci sono risposte "che non possano essere impugnate a partire da posizioni diverse", come Ausilia chiede. Le risposte che la "ricerca per la pace" (che pure è una scienza) dà al quesito suddetto non sono accettate da chi vede la vita come una gara di forze: per costui una forza distruttiva può essere fermata solo distruggendola con una forza più distruttiva ancora. Così la violenza regna.
A me pare che anche tanti cristiani pensino così, semplicemente perché non hanno abbastanza lavorato attorno al problema, non hanno imparato a vedere le alternative esistenti (nella storia e nelle possibilità attuali) alla legge illusoria del "si vis pacem para bellum". Partecipando alla cultura di pace, alla scuola delle migliori menti e delle migliori esperienze in questa ricerca, vedo che questa è una cultura realistica delle alternative alla guerra, e più generalmente alla violenza adottata o subita come legge della vita.
Se i cristiani subiscono la legge della violenza-anti-violenza, non cominciano la guerra ma la accettano quando altri la comincia, allora sono idolatri, quindi il cristianesimo come redenzione del mondo e della storia (sia pure attraverso un cammino graduale nel tempo) è fallito. Ma per liberarsi da quel dogma bisogna appunto vedere e sviluppare le alternative. In quel libro volevo dire (a parte il cristianesimo) che la stessa politica come convivenza umana, è fallita, è la negazione di se stessa, non è politica, se accetta la guerra, cioè l'uccidere esseri umani come uno dei mezzi d'azione. La politica è fallita se non ripudia la guerra come metodo, anche di difesa. Uccidere è l'azione più impolitica, fallimentare, inumana. Non difende nulla: distrugge soltanto. A me pare un fatto di piena evidenza. Dire questo dovrebbe essere una ovvietà, ma purtroppo è ancora una evidenza negata, da mostrare e affermare.
Ma dunque, quali sono le alternative? Non riassumerò qui una quantità di ricerche. La nonviolenza attiva (ben altra cosa, e ben più grande dell'ambiguo pacifismo) non è una ricetta bell'e pronta, ma una ricerca; tuttavia, è una ricerca ben fondata nelle esperienze storiche, nelle possibilità umane, nella presenza di istituzioni e norme giuridiche vigenti oggi (che vanno fatte valere e funzionare, con la nostra cultura e volontà politica, contro le forti sopravvivenze di culture e istituzioni di guerra), nella stessa necessità che ha l'umanità, se vuole sopravvivere, di bandire la regola cieca della "violenza giusta".
Questo discorso - qui solo accennato - è realistico. Non ignora le situazioni di estrema urgenza e necessità, che anche Gandhi vedeva bene, in cui davvero non c'è altro da fare che uccidere chi sta uccidendo. Ma tali situazioni sono molto più rare di quelle assunte come motivo per fare guerre di egemonia, di sperimentazione di armi, di calcolo politico, oggi condotte sotto l'ipocrita manto del soccorso umanitario. E quella necessità di uccidere è un fallimento, non un'affermazione, non fonda alcun diritto di uccidere (come ha rilevato bene Jean-Marie Muller), il quale è invece la sostanza arrogante del preteso diritto statale di guerra. E non giustifica tutto l'immenso apparato bellico mondiale che dissangua l'umanità e la minaccia molto più di quanto la possa difendere; apparato che è voluto e gestito per il dominio, non per la difesa della vita.
Ma che fare quando un gruppo, uno stato, una milizia uccide, stupra, distrugge? L'unica risposta che la cultura politica di vista corta e di interessi lunghi e sporchi sa dare, è la guerra alla guerra, guerra più guerra. Così si entra sempre di più nella guerra, invece di uscirne. Si chiamano missioni di pace, eserciti di pace, ma la sostanza, la logica, le azioni, sono guerra. Una tale neo-lingua orwelliana esige la confuciana "rettificazione dei nomi", una forte polemica culturale e morale per "ridare ai nomi il loro vero significato" (che è per Confucio la prima azione di un governo saggio), quindi lo smascheramento dell'attuale "guerra di pace" o "pace di guerra", e la denuncia dell'inganno continuamente ordito dalla gran parte dei mass-media. La responsabilità di questi è grande. Chi ha i mezzi e si prende il diritto di pedaggio per traghettare il popolo dall'ignoranza all'informazione, non ha per lo più né cultura né passione di pace, ma troppo istinto di "vendita" della notizia. Identificando notizia e sensazione (meglio se violenta), non sa vedere le vicende umane conflittuali, cioè le differenze e tensioni anche positive, vitali, se non quando diventano violente. Così riduce la realtà all'albero che cade e ignora tutta la foresta che cresce, coi suoi problemi. Questo è spacciare ignoranza, cecità, paralisi dell'azione, e danni mentali.
Ma che altro fare di fronte alla violenza? Ci vuole la forza, certo. Ma è forza anche la nonviolenza attiva, come sa chi la conosce. Forza non significa violenza (un buon genitore usa anche la forza, ma non la violenza, nell'educare un bambino). La polizia non è la guerra: i fini e i metodi, se sono corretti, sono ben diversi. Io insisto su questa differenza sostanziale, non di parole. Quando tutti i mezzi diplomatici (dei governi e dei popoli) fossero davvero esauriti, quando tutte le tecniche nonviolente fossero davvero fallite, prima che un conflitto diventi guerra, la forza di polizia è necessaria.
Ma non c'è una polizia del mondo, l'Onu è debole, eccetera eccetera. Non c'è perché gli stati, in primis i più potenti, non la vogliono. Vogliono decidere coi loro eserciti, intervenire qui e lasciar fare là, secondo il loro interesse particolare. Solo l'Onu è una realtà politica adeguata alle dimensioni e dinamiche del mondo attuale, ma è sabotata sistematicamente da chi, come Usa e Nato, dichiara sfacciatamente di volersi sostituire ad essa nel governare il mondo, e con un governo militare. L'illegalità dei "pacificatori" di oggi è pari a quella dei vari provocatori di violenze e guerre. Non credo proprio, cara Ausilia, che la mia affermazione "ad agire da giustiziere non può essere chi è più forte e cerca di far prevalere i suoi interessi", sia un "ideologismo". Mi sembra piuttosto l'esigenza irrinunciabile di una convivenza umana, sulla base di regole condivise, non sotto il dominio del più forte. Non rassegnarsi alla situazione attuale è indispensabile.
Non si può pensare ad istituire il corpo dei pompieri quando scoppia un incendio nel paese. Oggi gli stati conoscono solo il linguaggio dell'esercito e della guerra e lo usano - dicono - per difendere il diritto e la pace. Ma è come usare vernice nera per pitturare di bianco una parete. Dicono: dobbiamo agire ora e non domani. Ma non hanno predisposto altri mezzi che la guerra, per ignoranza e malafede.
Non si può raccogliere oggi i fiori che non abbiamo seminato ieri, rammenta Vaclav Havel. Gli stati intervengono ora, in grave ritardo, a Timor Est con i soliti strumenti inadatti, come artigiani ignoranti e incapaci. Neppure per l'intervento di polizia dell'Onu hanno predisposto i mezzi, come prescrive la Carta dell'Onu dal 1945 (art. 43) e come richiedeva l'Agenda per la pace del 1992. A Timor Est si uccide da molti giorni e gli stati interverranno (male) tra circa una settimana. Non fanno neppure presto e male, ma solo tardi e male.
Il cammino è forse lunghissimo, forse più breve di quanto pensiamo. Conta soltanto incamminarsi e percorrerlo con pazienza e tenacia. Anche sapendo che ognuno di noi porta le sue contraddizioni, come una croce. E' bello il richiamo di quelle parole di Mario Cuminetti alla fine dello scritto di Ausilia.
C'è il male. A contrastarlo con i suoi mezzi - le armi, la guerra, lo stato sovrano e belligeno - contamina. A fuggirlo (fuga mundi) si abbandona e si tradisce chi ne è colpito. Combatterlo col solo bene è utopia impossibile? Una via è evitare di fronteggiarlo (ma a volte le circostanze lo impongono) e soltanto sviluppare il bene, che sempre agisce sulla realtà. E' la via personale interiore. Un'altra via è la politica com'è oggi, costretta al confronto, quindi alla contaminazione, alla "forza che pietrifica le anime" (Simone Weil, ma vuol dire la violenza). E non vince il male. Una nuova via - già aperta, da conoscere, da allargare - è la lotta nonviolenta, la politica di pace. Tra queste vie, le nostre contraddizioni, la nostra croce, che è luogo di lotta, di forza, di sofferenza, di dedizione, e di salvezza.
Enrico Peyretti (13.9.99)