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La paura

Quando San Francesco d’Assisi, all’età di ventun’anni decise di disfarsi delle sicurezze che potevano offrirgli le ricchezze paterne, certamente rispose ad una chiamata. "Se vuoi essere perfetto, va, vendi quanto hai, dallo ai poveri…poi vieni e seguimi", ma con questa risposta riuscì anche a sconfiggere quell’emozione, a volte eclatante, a volte subdola, che dall’origine dei tempi attanaglia gli esseri umani: la paura. La paura di perdere ciò che in realtà è impermanente, ciò che prima o poi fatalmente verrà perso, sia nel corso della nostra vita, sia con la sua fine.

Certamente la paura è uno stato psichico emotivo legato all’istinto di conservazione, istinto che ha permesso a tutti gli esseri viventi di sopravvivere, fuggendo da quelle situazioni di pericolo che avrebbero messo a repentaglio la loro vita.

Ma negli esseri umani la paura è uno stato psichico ben più complesso, non è solamente la paura della gazzella che fugge davanti al leone. Negli esseri umani la paura nasce anche di fronte all’ignoto, al rischio di perdere le sicurezze acquisite, come può nascere anche di fronte ad eventi banali ma che sono legati a motivazioni irrazionali., che hanno radici profonde nell’inconscio.

Naturalmente ogni individuo ha una sua soglia di paura e ha le sue paure. C’è che sfida i pericoli più grandi ed è preso dal panico davanti ad un topo. C’è chi ha paura di nulla e chi ha paura ti tutto sino a divenire un caso patologico.

La storia dell’uomo è segnata dalla paura. Pensiamo a come doveva essere la vita un tempo nella nostra società e come lo è ancora per buona parte dell’umanità, vittima delle epidemie, delle carestie, delle violenze, delle guerre. Ci sono ancora oggi popolazioni che convivono con queste realtà da decenni, generazioni che sono nate e cresciute con la continua minaccia di perdere i beni, la vita, la casa, Pensiamo ai milioni di profughi ammassati nei campi di mezzo mondo in condizioni disumane.

E’ pur vero che le situazioni della vita possono cambiare il livello di sensibilità verso la paura. Chi vive quotidianamente una situazione di pericolo, può raggiungere un’assuefazione tale da riuscire ugualmente a sopravvivere. Durante l’ultima guerra, nonostante i continui bombardamenti e mitragliamenti, si andava al lavoro, a scuola, si correva nei rifugi quando suonava l’allarme, poi si usciva e tutto ricominciava come prima tra le macerie ancora fumanti.

Nei secoli passati, quando la morte era più famigliare, quando era un evento difficilmente scongiurabile con le arti mediche, il morente era consapevole dell’ineluttabilità del passo che andava a compiere. Giaceva circondato dai famigliari, esprimeva le sue ultime volontà, recitava con loro le preghiere, in una parola viveva la sua morte da protagonista. Oggi si tace, si esorcizza la morte tacendo; parlare di morte è considerato di cattivo gusto come era parlare di sesso nell’ottocento.

Nella nostra società consumistica, la medicina ha fatto progressi enormi, si vive fino a novant’anni e la morte non è più considerata un evento naturale, ma un accidente. C’è un benessere diffuso e ci siamo abituati ad affidare le nostre sicurezze alla scienza, al denaro. Le guerre, le stragi, le carestie, le pulizie etniche che avvengono in varie parti del mondo ci toccano solo marginalmente, fanno parte dello spettacolo offerto quotidianamente dalla televisione. Eppure nonostante tutto, la paura non è stata sconfitta.

Mai come oggi la paura nella nostra società, è legata al rischio di perdere quelle sicurezze che consideravamo ormai acquisite per sempre. In molti casi si tratta di una paura consapevole, e sovente giustificata; abbiamo ben chiaro in mente qual è il rischio che corriamo.

Il lavoro che manca o che può mancare, è certamente una delle fonti di paura oggi più consistenti che affliggono la nostra società. La paura del diverso, dell’immigrato è reale, anche se legata a motivi più irrazionali e sovente fa si che si attribuiscano a loro molti dei mali che ci affliggono: alimentano la delinquenza, ci portano via il lavoro, diffondono le malattie, inquinano la nostra cultura, con la loro prolificità finiranno col diventare maggioranza e con l’imporci le loro leggi.

Altre volte capita però che la paura venga rimossa, ci comportiamo come se il rischio non esistesse credendo così di scongiurare la paura. In realtà la sostituiamo con l’ansia che è ben più subdola, perché generica, perché non ha un oggetto a cui riferirsi in quanto l’abbiamo cancellato e non ci permette di correre ai ripari, di prendere provvedimenti adeguati.

Si direbbe che la paura sia legata ai pericoli che si presentano nell’immediato. Si teme di perdere il benessere al quale eravamo abituati, però il fatto che i nostri consumi aumentino l’inquinamento del pianeta portandolo certamente ad un collasso, pare non spaventare nessuno. Ci comportiamo proprio come se il pericolo non esistesse. Così dicasi per quella moltitudine di giovani che continuano ad avere rapporti sessuali a rischio o, banalizzando, per coloro che fumano due pacchetti di sigarette al giorno. Le conseguenze di un comportamento scorretto ci appaiono remote, mentre il sacrificio per evitarle è immediato e ci appare insostenibile. Ci siamo così liberati dalla paura ma non dall’ansia, dal malessere di vivere, che derivano della rimozione di pericoli rifiutati dall’intelligenza ma non dal nostro inconscio. Di qui l’alienazione, la droga, la violenza non solo reale, ma anche quella virtuale che quotidianamente dallo schermo del televisore invade tutte le case.

Forse il primo passo da fare potrebbe essere quello di riscoprire la paura, guardarla in faccia, legittimarcela, accettarla come condizione umana e poi lasciarla andare, non come fuga dalla realtà, ma consapevolmente, con quella consapevolezza che ci permette di agire per affrontare i rischi che si parano innanzi a noi, anziché comportarci come se non esistessero .

Sta scritto "Non preoccupatevi di ciò che mangerete ne di come vestirete…cercate la giustizia del Regno di Dio e il resto vi sarà dato in soprappiù". Molte volte invece si cerca il soprappiù illudendosi poi che ne derivi la pace del Regno, ma i fatti dimostrano che questa non è la strada giusta.

"Se la paura vuole entrare nel soggiorno, non ignoratela. Datele un caldo benvenuto – Paura, vecchia amica, ti riconosco – Se avete paura della vostra paura, questa può sopraffarvi. Se invece la invitate con calma e le sorridete in consapevolezza, perde gran parte della sua forza" (Thich Nhat Hanh, maestro zen vietnamita)

Giorgio Bianchi


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