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GAY CRISTIANI: OLTRE IL NASCONDIMENTO

TUTTI UGUALI, TUTTI DIVERSI

"Sono un giovane gay... Non mi sono scelto la mia condizione, ma essa grava su di me come un macigno in questi ultimi tempi, forse perché sto crescendo e comincio a rendermi conto di quanto sia difficile trovare qualcuno cui poter dire "ti amo", specie quando si è stati educati in un ambiente cattolico in cui l’omosessualità viene considerato un peccato (ma nei confronti di chi?). Per i ragazzi della mia età è facile trovare una ragazza, magari solo per un’estate: io non ho molte speranze di trovare un ragazzo. Ma cosa sanno gli altri delle notti passate a pregare perché il Padre allontanasse da me questo calice così duro da accettare?" (da "La Stampa" del 13/7/1998). Non è raro trovare sui giornali sfoghi come questo. Ora un libro ci aiuta a saperne di più, mettendoci in ascolto di quelli che si pongono il problema direttamente sulla loro pelle: Domenico Pezzini, Alle porte di Sion. Voci di omosessuali credenti, Monti, Saronno 1998, L. 18.000.

Il tema, evidentemente, continua a suscitare meccanismi di difesa sia in etero che negli stessi omosessuali, perché ciascuno dei due gruppi mette in discussione l’esistenza dell’altro, ma l’incontro concreto, pur mediato dalla pagina, con le persone ci dovrebbe costringere a rivedere, anche radicalmente, molti nostri (pre)giudizi.

Dal punto di vista di un cristiano il problema, a proposito di omosessualità, è la ricerca di quanto in questa condizione possa corrispondere a un progetto originario di Dio. Lasciamo infatti da parte le affermazioni insulse tipo la definizione di omosessualità come peccato "contro (una presunta) natura", spesso motivata dal fatto che se per assurdo tutti gli uomini facessero una scelta omosessuale l’umanità finirebbe nel corso di una generazione (come la mettiamo se tutti decidessero di farsi preti/suore col celibato obbligatorio della chiesa romana? Lo stesso Gesù deve avere avuto qualche problema, in un contesto come quello ebraico in cui la fecondità è fondamentale, lui che neppure era un "prete", a vivere senza una sua famiglia...), con conseguente necessità di una buona consulenza psicologica per indurre un istinto (contraddizione in termini!) eterosessuale. C’è chi (Vademecum di Teologia morale a cura di G. Cappelluti, Libreria Ed. Vaticana, 1996, s.v. omosessualità) ha le idee chiare: è "un fenomeno morboso acquisito", da superare, "se si tratta di giovani", con il consiglio "a fare una scelta in vista di un futuro matrimonio per liberarsi di questa palla al piede" (espressione teologicamente e antropologicamente molto raffinata...) e con una vita spirituale fatta di "comunione frequente, preghiere assidue, meditazioni evangeliche, suppliche alla SS. Vergine". Persino il Catechismo della Chiesa Cattolica ormai riconosce invece che "un numero non trascurabile di uomini e donne presenta tendenze omosessuali innate. Costoro non scelgono la loro condizione omosessuale" (n. 2358).

"È importante smontare l’idea che l’omosessuale, dato che la sua situazione è "intrinsecamente disordinata", sia per ciò stesso e comunque votato all’infelicità: le storie raccolte in questo libro dicono che tale destino non è ineluttabile", scrive un prete che a Milano dal 1980 si occupa della cura pastorale degli omosessuali, don Pezzini, in questo libro (p. 10), che raccoglie ventinove testimonianze di omosessuali credenti, compresi due preti, un uomo sposato e purtroppo una sola donna, che partecipano al suo gruppo ("La Fonte", Via Agordati 50, 20127 Milano), precedute da un’ampia introduzione. Questa possibilità purtroppo ancora oggi è esplicitamente negata dai documenti ufficiali della chiesa. La cura pastorale delle persone omosessuali della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1986 afferma infatti in modo insolente per chi vi è coinvolto che "l’attività omosessuale impedisce la propria realizzazione e felicità perché è contraria alla sapienza creatrice di Dio" (n. 7), che significa: se vuoi vivere la tua omosessualità non potrai mai essere felice. Ma chi stabilisce quale sia "la sapienza creatrice di Dio"? E poi, se la tendenza è innata e l’omosessualità riguarda l’aspetto relazionale delle persone, e dunque in qualche modo la loro vocazione, allora bisognerà pure che questa condizione trovi un suo senso in una visione antropologica cristiana integrale. Al contrario, "capita di rinvenire in certa pubblicistica cattolica un evidente fastidio davanti alla figura dell’omosessuale realizzato e felice: sembra se ne preferisca la versione lugubre, o drammatica, o comunque sepolta nel nascondimento e nella vergogna" (p. 34). In concreto, nel gruppo si fa esperienza di condivisione e di amicizia, che non è solo, ma può ben essere anche di coppia. E se il Catechismo CEI per gli adulti afferma con tanta sicurezza che "il comportamento omosessuale ... degrada l’amicizia" (n. 1081), don Pezzini ha invece posto il suo gruppo sotto il segno delle parole che aprono L’amicizia spirituale di Aelredo di Rievaulx: "Eccoci qui, io e te, e spero ci sia un terzo in mezzo a noi, il Cristo" (p. 185).

Un po’ di luce a questo proposito viene da un bel brano del compianto cardinale inglese Basil Hume, che va al dunque, cioè alla possibilità di vivere in modo significativo la condizione omosessuale, senza paura di usare la parola "amore" per indicare il rapporto che lega tra loro due persone dello stesso sesso: "L’amore tra due persone, siano dello stesso sesso o di sesso diverso, va apprezzato e rispettato. Leggiamo che "Gesù amava Marta, sua sorella, e Lazzaro" (Gv 11,5). Quando due persone amano, sperimentano in modo limitato, in questo mondo, ciò che sarà la loro gioia infinita quando saranno uno con Dio nel mondo futuro. Amare un altro significa in realtà raggiungere Dio che è presente con la sua amabilità in colui che noi amiamo. Essere amato significa ricevere un segno, o una parte, dell’amore incondizionato di Dio. Amare un altro, sia dello stesso sesso che di sesso diverso, significa entrare nell’area della più ricca esperienza umana. Ma tale esperienza è rovinata, sia nel matrimonio che in una amicizia, quando noi non pensiamo e non ci comportiamo come Dio vorrebbe. L’amore umano è precario, perché la natura umana è ferita e fragile. Per questo non sarà mai facile vivere il matrimonio e l’amicizia. Sbaglieremo spesso, ma l’ideale rimane" (citato da Pezzini a pp. 13-14). Un moralista inglese, K. Kelly (New Directions in Sexual Ethics: Moral Theology and the Challenge of AIDS, London 1998), si spinge ancora più in là, affermando che il rispetto per la tradizione viva della fede cristiana dovrebbe "portarci non solo a tollerare le relazioni omosessuali come fossero una specie di compromesso o di "male minore", ma a celebrare di fatto la bontà di relazioni basate sull’amore e la fedeltà, e a riconoscerle come ‘sacramenti’ della presenza amorosa di Dio in mezzo a noi" (p. 10, ma la citazione di Pezzini è indiretta).

Don Pezzini non è uno che si dà arie da progressista, né uno che, come hanno scritto certi giornali laici, celebra nozze gay (p. 35). Da prete che ha letto moltissimi libri (insegna letteratura inglese all’Università di Verona), ma ha avuto l’umiltà di ascoltare molte persone, suggerisce con molta onestà: "il sapere ascoltare, il saper pazientare e sospendere il giudizio quando le cose non sono del tutto chiare, il sapersi arrestare sulla soglia quando quello che si credeva un discorso chiuso si rivela in realtà un enigma e un interrogativo ancora aperto" (p. 14). Comunque l’enigma dell’omosessualità andrebbe sempre riportato a quello della sessualità in quanto tale. Sì, perché indipendentemente dall’orientamento sessuale la sessualità è un mistero, che comprende in quanto tale sofferenze e ferite, ma anche piacere e gioia. Per tutti. E il bisogno di amare e di essere amati accomuna tutti, uomini e donne - ci ricorda don Pezzini - e forse proprio in questo, al di là delle differenze, possiamo ritrovarci. Tutti.

Antonello Ronca


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