Fratelli contro
"Del Signore è la terra e quanto contiene, e il mondo e i suoi abitanti" (Sal 24, 1)
Questo versetto bisognerebbe inciderlo nel cuore di tutti per riscoprire la vera identità umana. Nel corrente anno, definito, nella Chiesa, anno del Padre, sarebbe il caso di ripensare che è la comune appartenenza allo stesso Padre a renderci fratelli. Ma, abituati alla retorica delle belle parole, ce ne appaghiamo senza badare alle difficoltà di tradurle nella vita. Invece è davvero urgente riscoprire tutta l’intensità dei valori cristiani, senza servirci di una religione-rifugio contro la complessità della vita sociale pubblica.
Lo spazio della fraternità non può coincidere con gli ambienti chiusi e protetti di comunità, gruppi, parrocchie; né con gli ambiti selezionati dalle tendenze politiche e civili. Anche se bisogna cominciare dai luoghi vicini, è ormai impossibile, nell’attuale società, ignorare quelli più lontani di una terra divenuta villaggio globale. Lo scontro tra religioni, etnie politiche, economie, che dilaga nel mondo è tale da sollecitare una rivisitazione del modo di intendere la fraternità. Questa non può attecchire né come ideologia, né come alto richiamo religioso ed etico: presuppone, sì, il riferimento allo stesso simbolo di Dio-Padre, ma in virtù della semplicissima considerazione di una comune appartenenza al genere umano. Spogliarsi delle più alte giustificazioni ideali - carità, benevolenza, servizio - giova a restituire il più genuino significato ai doveri di creature limitate, destinate a convivere nello stesso pianeta, sotto lo stesso cielo e con lo stesso destino.
Un tempo c’era della similarità tra dentro e fuori dei luoghi ecclesiali; ed era più facile attingere alla realtà sacramentale in Chiesa senza sentirsi, poi, a disagio tra gente poco religiosa. L’afflato della fraternità, ispirato da una buona formazione religiosa ed umana, compenetrava il cuore nel suo alone misticheggiante, a volte poco coerente, è vero, ma sempre tale da ispirare buoni sentimenti di pietà e di bontà, che non dovevano misurarsi con contraddizioni di portata mondiale. Perché nessuno guardava più in là della sua collocazione geografica (tranne che per curiosità culturale). L’emarginazione dei poveri appariva un dato di fatto immancabile, quasi necessario… e la santità esaltava l’eroismo di chi faceva della fraternità un programma missionario di carità.
Oggi le cose sono cambiate anche nei piccoli centri. Si vive in pieno consumismo, perfino da parte degli svantaggiati, i quali hanno gli stessi appetiti e non hanno certamente apprezzamenti per uno stile di vita semplice. Predomina in tutti un sordo, a volte rancoroso spirito competitivo, di accaparramento e di prevaricazione, perché la concorrenza è divenuta modello in tutti gli aspetti della vita e ad ogni livello.
La mafia ci offre un ottimo esempio della capacità di risorgere con originale inventiva ad ogni sconfitta subita, rilanciando le sue strategie, trasformandosi continuamente. Noi, cristiani e/o impegnati socialmente, restiamo immobilizzati ad un concetto di bene come sinonimo di un fare senza pensare, di un dare senza cambiare le situazioni di fondo; soprattutto di un atteggiamento rassegnato di fronte ad un male che si può arginare e non debellare. Perché dovremmo essere più sprovveduti di chi riesce ad imporsi senza temere ostacoli colossali, con l’ostinata caparbietà della prepotenza?
In redazione si alza un coro di distinguo. C’è, immancabile, il ritornello di uno di noi: il positivo si fa strada; esistono esempi davvero trainanti. E in verità non manchiamo di consolarci, perfino a notare che il Papa non perde mai l’occasione per lanciare le critiche più audaci al neo-liberismo, e per farsi paladino della pace.
Le note pessimistiche non tardano a sommergere i segni luminosi di speranza che affiorano qua e là. Soprattutto perché i grandi pilastri della società umana sono fuori di ogni controllo dal basso, nonostante il tanto parlare di democrazia di stampo occidentale, e perché le forze di mediazione - la politica, l’etica, la religione – sono scavalcate da poteri occulti, sempre più concentrati e centralizzati a livello mondiale. E noi, poveri tapini, ci ritroviamo minoranza anche nei posti dove uniamo le nostre energie a quelle dei volenterosi della solidarietà.
Vorremmo capire, ad esempio, come far sì che associazioni tra le meglio attrezzate come la Campagna Sdebitarsi, la Campagna Chiama l’Africa, il Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Mani Tese, Nigrizia, Pax Christi, ecc… possano, non solo sedersi al tavolo dei potenti a contrattare in difesa dei deboli, ma ribaltare i meccanismi ferrei che fanno della terra un insieme di spazi occupati concorrenzialmente dai pochi a svantaggio delle moltitudini. Il gigante Golia non può essere abbattuto da un Davide coraggioso, se questo non sa quale è il tallone scoperto da colpire.
È forse ora di capire che bisogna operare una rivoluzione della portata di quella lanciata nel mondo da Marx. Tradita e deviata, essa ha avuto la forza di cambiare il corso della storia, nel bene e nel male. La sua efficacia ha radici nel cristianesimo; trova in esso il principio guida ad insaputa dello stesso ideatore: bisogna creare l’uomo nuovo, a partire dalla base, facendola protagonista assoluta del suo destino, attraverso l’unione. Il singolo, massificato e senza potere, unito agli altri, diventa legione, più forte del suo oppressore.
Eppure pare giunto il momento di rendersi conto che la logica del potere contro il Potere non funziona.
Di fatto oggi i popoli si dilaniano in guerre fratricide. E i potenti giocano con i velleitarismi locali e con le giuste rivendicazioni dei deboli, per fare pulizia di chi è ritenuto ingombrante, e così poter dormire in casa propria sonni tranquilli.
Il grido dei trucidati e perseguitati giunge soffocato e quasi indistinto da quello di chi compie direttamente le più assurde atrocità. Gli opposti terrorismi annebbiano le differenze tra vittime e carnefici, dato che a "figurare" non sono i mandanti, ma gli stessi fratelli, alcuni dei quali stanno dalla parte dei Dominatori. Così lottano tra loro hutu e tutsi, kosovari e serbi, curdi e turchi, chapatisti e messicani, israeliani e palestinesi, eritrei ed etiopi, baschi e spagnoli, ecc. ecc. Né mancano le motivazioni religiose a porli su opposti fronti; anzi, proprio allora il fanatismo miete le sue vittime nella maniera più crudele, come avviene in Algeria (perché la colpa, in questo particolare caso, sia scaricata sugli integralisti e così rinsaldare un governo poco saldo?).
Checché se ne dica, senza il ricorso ad idee attinte dal travaglio della ricerca umana, intrisa di sapienza religiosa, mai si creerà un cambiamento profondo che giunga al centro delle strutture forti, rendendole adeguate al fluire della vita. Lo scheletro umano va rinnovato da processi di attivazione che evitino la sclerotizzazione e l’inerzia; e questi consistono di quell’umore che solo il sangue vivo può dare.
È vero. La religione, le religioni, ma anche tutti i luoghi di fede, sembrano non poter sussistere senza una struttura, direi anzi, senza compromessi col potere costituito. Ma allora bisogna avere il coraggio, non tanto di auspicare la fine della religione (come fanno insigni teologi), quanto di ricreare il senso religioso, di dargli un altro supporto; evitando di farlo confluire nella separatezza di ambiti comunitari ristretti che rischiano di avere le caratteristiche della setta (anche se di "puri").
Come in ogni tempo i grandi riformatori hanno osato dire "ricominciamo!", "agiamo con un altro spirito". La spiritualità non è vuoto spiritualismo; è forza innovatrice che si sprigiona da un cuore nuovo. E cioè dalla capacità di amare in modo diverso, forse anche meno compassionevole, più realisticamente ingegnoso e strategico, più pretenzioso di fronte a chi abusa dei fratelli. Ridiamo alla religione il suo carattere di strumento di guida alla verità per una risposta complessiva ai quesiti stringenti del tempo nella sua attualità. Non è l’eterno che risolve i problemi del tempo. In seno al tempo bisogna trovare la risposta adeguata ad affrontarli senza evaderli. In seno al tempo bisogna tessere la tela della fraternità: luogo non ideale né utopico, ma realissimo e concretissimo, squarciato dalla luce di una fede adulta e responsabile.
Laggiù nella strada c’è uno, ci sono tanti il cui sangue ha il DNA umano. Non basta questo a dargli l’identità di essere umano? E chi può recitare Padre nostro, se misconoscente l’altro che gli è parimenti figlio?
Per La Redazione
Ausilia Riggi Pignata