Pagina principale Pagina precedente



Giorgio Bianchi QUEL 25 APRILE IO C'ERO aprile 98

Per molti il 25 aprile è solo una ricorrenza. È già molto se si collega quella data con la fine di una lunga guerra che aveva portato morte e distruzioni, di una dittatura che l'aveva voluta, se la si collega con le attese e le speranze che quell’evento suscitò nel cuore degli italiani, dopo un incubo durato cinque anni.

Quelli che erano presenti ai fatti di quei giorni, sono ormai una minoranza che si va facendo ogni anno sempre più esigua. Io sono fra questi e ne voglio ricordare alcuni come li ho vissuti, come li ho visti, con gli occhi di un ragazzo che, tra un bombardamento e l'altro, tentava di frequentare la seconda media presso un istituto di religiosi.

Quel mattino del mese di aprile 1945, ci trovavamo nell'aula di disegno e ci apprestavamo ad affrontare le proiezioni ortogonali.

Ad un tratto entrò di corsa fratel Narciso, l'insegnante di matematica. Ci fece un sorriso ammiccante, come sua abitudine e si mise a parlottare con fratel Giulio. Uscì subito e fratel Giulio, con voce che si sforzava di essere calma, ci disse che dovevamo lasciare subito la scuola e correre a casa senza indugio, perché stava succedendo qualcosa di grave in città.

Nella calca affannosa dell'uscita cercai il mio compagno Sergio che abitava dalle mie parti e col quale spesso mi accompagnavo. Lo trovai e assieme corremmo giù per via Villa della Regina sperando di agguantare un tram della linea 20. Lo vedemmo infatti che stava svoltando attorno alla chiesa della Gran Madre di Dio; si fermò per farci salire e ripartì veloce verso via Po.

Le strade erano quasi deserte, i pochi passanti camminavano frettolosi rasentando i muri. Il tram raggiunse piazza Castello fermandosi una sola volta per caricare un ritardatario. In via Pietro Micca vedemmo passare un paio di camion pieni di soldati, più avanti una colonna blindata attraversò la strada mentre di lontano giungeva il rumore di spari e raffiche di mitragliatrice.

I pochi passeggeri che si trovavano sul tram se ne stavano in silenzio attenti a quello che stava accadendo, pronti a buttarsi sul pavimento se qualche raffica avesse colpito la vettura.

In via Cernaia, dove ora si trova la caserma dei carabinieri, erano acquartierate le S.S.; fu lì che incrociammo un grosso carro armato; il mezzo corazzato avanzava lentamente sferragliando in modo assordante.

Sergio incuriosito, per vederlo meglio si sporse dal finestrino, tanto che gli cadde la penna stilografica che portava nel taschino della giacca. Era un regalo di suo padre, di quelli da tenere con riguardo.

In quel momento il tram era fermo, bloccato da un mezzo militare e lui, senza pensarci due volte, saltò giù dal finestrino, per tentare di recuperare la sua penna. Corse veloce con gli occhi fissi su quell'oggetto per lui prezioso, tanto da non accorgersi del sopraggiungere di un secondo carro armato. Lo vide all'ultimo momento, un attimo prima che schiacciasse con i cingoli la sua cara penna stilografica. Lui rimase lì a guardare quella macchia scura sul selciato senza sapere che fare.

Il tram stava per ripartire ed io gli urlavo di fare presto. Si scosse e si mise a correre, ma il manovratore aveva già messo in moto e lui fece appena in tempo a saltare sul respingente e ad attaccarsi al finestrino posteriore aperto. In quel momento la sparatoria si fece più intensa e il tram partì alla massima velocità possibile per allontanarsi da quella bolgia, lui rimase lì fuori appeso tra le pallottole che fischiavano. La sparatoria durò sino a Porta Susa, poi piano piano i colpi si allontanarono sino a scomparire del tutto.

Scendemmo in piazza Bernini dove le nostre strade si separavano, ci salutammo augurandoci in bocca al lupo.

Raggiunsi casa mia per vie deserte e silenziose. I miei mi accolsero alquanto sollevati e da ciò compresi che, nonostante l'abitudine al pericolo, erano piuttosto in ansia per la mia sorte.

Per giorni rimanemmo chiusi in casa con l'orecchio incollato alla radio tra sparatorie, allarmi, notizie e contronotizie.

Il sole tramontava quel 24 aprile quando un gruppo festoso di partigiani passò cantando sotto le nostre finestre agitando in alto i fucili. Uscimmo tutti per strada, la gente si abbracciava piangendo ancora incredula: era finita, era davvero finita!

Gli alleati sarebbero arrivati solo dopo qualche giorno a cose fatte.

*******

Sull'angolo di via Locana con via Nicola Fabrizi vidi un gruppo di persone. Alcune di loro avevano il fazzoletto verde al collo e imbracciavano il moschetto, da ciò compresi che erano partigiani.

Mentre mi avvicinavo mi accorsi che stavano sparando verso uno dei caseggiati che fiancheggiano piazza Risorgimento.

"Un cecchino fascista si è annidato in uno di quegli alloggi - mi disse un partigiano con il giaccone mimetizzato e il basco in testa - e sta sparando sulla gente che passa. Ora stiamo cercando di snidarlo".

Non si capiva bene da quale alloggio partissero i colpi, tanto che i partigiani sparavano un po' a casaccio. Qualcuno dei presenti volle provare anche lui, così che un moschetto passò più volte di mano.

Ad un tratto si vide una nuvoletta all'altezza del quarto piano. Si trattava in realtà della polvere provocata dall'impatto contro l'intonaco di una pallottola sparata dal basso, ma in quel momento fu presa per il fumo di uno sparo: non c'era dubbio, il cecchino era lì al quarto piano e lì si concentrò il fuoco di tutti i moschetti a disposizione. La sparatoria durò cinque minuti buoni dopo di che il gruppetto incominciò ad avvicinarsi cautamente.

Il seguito della storia me la raccontò un ragazzo più alto, che si era unito al gruppo. Giunti sul pianerottolo del quarto piano, i partigiani avevano sfondato la porta entrando con le armi spianate. Furono accolti dagli insulti di un vecchietto furibondo al quale avevano sfasciato completamente la sala da pranzo a fucilate: del cecchino nemmeno l'ombra!

***********

I sei partigiani stavano seduti sul gradino del marciapiede di corso Svizzera, quasi all'angolo con via Balme. Allora, dove ora si trova la nuova scuola Manzoni, sorgeva una fabbrica con una ciminiera alta come una casa di cinque piani.

"Scommettiamo che la centro al primo colpo?" Disse uno dei partigiani.

Quello fu l'inizio di una gara a colpi di fucile per vedere chi di quei sei fosse il più bravo a sparare.

Ad un tratto da una casa dietro l'angolo di via Balme si aprì una finestra, un uomo corpulento si affacciò e portando le mani a megafono urlò: "Feve furb paiasu!" (Fatevi furbi pagliacci!). Poi rinchiuse precipitosamente la finestra temendo di essere individuato.

I partigiani si guardarono perplessi. Uno di loro fece notare che dietro la ciminiera c'erano delle case abitate con dei balconi dove i colpi sbagliati andavano a finire. Per qualche istante rimasero lì senza sapere che fare, piuttosto imbarazzati. Poi uno disse sottovoce: "Ven, anduma via" (Vieni andiamo via) e in silenzio si avviarono, mogi alla chetichella, per corso Svizzera come dei ragazzini sgridati per una marachella.

 


Pagina precedente Inizio documento