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Chiara Giacometti PIÙ GRANDE DEL NOSTRO CUORE aprile 98

" Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio [...] Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui. [...]

Nell'amore non c'è timore, al contrario l'amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone il castigo e chi teme non è perfetto nell'amore [...] perché in questo consiste l'amore di Dio, nell'osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi."( 1 GV.4,7; 16; 18; 5,3).

Sono iniziati gli incontri di lettura biblica aperti a tutti proposti dalla Comunità di Base di Torino. L'argomento scelto per la riflessione è la radicalità della proposta evangelica affrontata in riferimento a due importanti temi del messaggio cristiano: il discorso della montagna e i tre consigli evangelici ( povertà, obbedienza, castità).Gli incontri che nascono dal desiderio e dall'esigenza di approfondimento e riflessione sull'annuncio evangelico nella sua mai esaurita ulteriorità, vogliono essere stimolo per la ricerca ed il confronto.

Nei primi due appuntamenti ci si è interrogati sul significato ed il contenuto della radicalità del discorso della montagna, seguendo come possibile percorso il testo di G. LOHFINK, " Per chi vale il discorso della montagna; contributi per un'etica cristiana". ( Quest'argomento verrà ancora affrontato nel prossimo appuntamento). Dal contesto di questi incontri iniziali vorrei proporre alcune riflessioni senza nessuna pretesa di esaustività.

Le parole che Gesù rivolge alle persone (folle) in Mt.5,1-48, sono conseguenti al dono della salvezza; già avvenuto per l'Israele storico che è stato liberato dalla schiavitù, e attualizzato in ogni quotidiano evento di liberazione. L'esigenza radicale in risposta alla salvezza come dono, diviene quasi una spontanea conseguenza. Radicalità infatti indica la dimensione completa dell'uomo, in cui egli è in tutto ciò che fa, "obbediente" nel suo essere, in tutte le dimensioni della sua vita. Non si tratta perciò di imporre richieste assolute ed eteronome per le persone, si tratta invece di cogliere un annuncio sanante e liberante per quel tutto che è ogni singolo, nell'integrità e nell'interezza di ciò che è nel suo esistere. Per questo il messaggio permea la globalità della dimensione esistenziale e non si può limitare ad un piano solo morale, riguardante l'agire, poiché coinvolge tutto l'essere.

Rispettoso di questa radicalità umana, il Regno di Dio, affascina, è da cercare con gioia come un tesoro che completa e trasforma la vita. Tutto l'uomo viene infatti coinvolto in quest'esperienza e sempre a partire da qualcosa in cui già si trova, che non dipende da lui e dai suoi meriti : un orizzonte di gratuità cui ci si abbandona con fiducia, perché Dio, che è più grande del nostro cuore, fa piovere e splendere il sole sui buoni e sui cattivi. "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero." ( Mt.11,28-30 )

Il coinvolgimento che ne consegue supera il piano individuale e si proietta sulla comunità: Israele, la chiesa intesa come "popolo di Dio", fino ad estendersi a tutti gli uomini. La società che viviamo - questo dovrebbe farci riflettere - testimonia anche in quale Dio crediamo.

L'umanità di coloro che accolgono questo annuncio buono, si rivela come sale della terra e luce del mondo ed è in sé manifestativa. Non è necessario definirla per catalogarla volendo incasellare realtà che non possono essere limitate in schemi o ragionamenti. Questa realtà profondamente umana supera le distinzioni di appartenenza: cristiano, pagano, ebreo, musulmano, cattolico, ortodosso,...riguarda ogni uomo. E oltrepassa i confini della morale perché parla al cuore (totalità) di ogni persona e non può ridursi ad essere oggetto di una dottrina.

La fede come l'amore non sono comandabili, illuminano; sono luce nella notte, per questo affascinano gli uomini.

In questo senso si accordano con le parole iniziali tratte dalla Prima Lettera di Giovanni. Poiché esprimono la comunanza con Dio nell'amore, anche quando non se ne è consapevoli, quando non si chiama Dio quello che è veramente da Dio, come ulteriorità e dono in cui gli uomini già si trovano sebbene rischiano di non riuscire a comprenderlo. In ciò che è da Dio non c'è timore, perché non c'è il castigo che presuppone l'uomo diviso tra ciò che è e ciò che fa ( o ciò che dovrebbe essere); l'uomo perfetto - nel senso di integrato con sé, radicale, che tende al suo compimento- ha superato il castigo poiché nella sua totalità è nell'amore, e può essere finalmente se stesso. Quanto viene da Dio è riconosciuto come ciò che è più fedele all'uomo perché rispettoso della sua complessità. Anche la precarietà umana e la finitezza vengono scelte e accolte da Dio che le custodisce, le abbraccia, se ne prende cura.

Non si tratta di ridurre la portata della radicalità, ma di assumere la radicalità evangelica nel suo significato più autentico che si inscrive sempre nel centro della vita e mai con l'intento di svilirla.

Ogni esistenza è già percorsa dalle sue interruzioni, dalle sue fratture, dalle perdite, e non è poco riuscire a rimanere "poveri", miti, misericordiosi, "bambini" al cospetto di Dio, aperti a Lui nella fiducia di riceverne una benedizione. Non è necessario caricare gli uomini di altri pesi, è necessario invece divenire consapevoli di essere qui, adesso - in questo senso già nel Regno- a partire dalla nostra piccolezza, capaci di poter far sbocciare i germogli e maturare i frutti inattesi che abitano dentro di noi. Diceva Bonhoeffer "[...] vivere con gli altri non per dovere, ma per l'abbondanza delle ragioni di vivere, per tutto ciò che è naturale e adulto, per ciò che è liberamente affermato e voluto, e non già in un atteggiamento serioso e ostile a tutte le forze vitali, alle debolezze e ai disordini, non con l'animo di chi misura con puntigliosa diffidenza le cose come sono e come dovrebbero essere [...]" Poiché "[...] Essere buono significa vivere." ( D.BONHOEFFER, Etica, Bompiani, Milano,1983, p.228 e p.187).

In questa tensione di pienezza noi vorremmo stare di fronte a Dio, poiché Dio ci chiama per nome adesso e sempre nel centro della nostra esistenza.

In un'ottica simile vorremmo percorrere l'itinerario della lettura biblica con gli ultimi due incontri orientati sui tre consigli evangelici, anche nel nesso profondo che hanno con le beatitudini. Superando una lettura forse troppo letterale e assumendo un punto di vista più "radicale", non scontato e forse più rischioso e liberante. Una povertà che ci rivela nella nostra finitezza aperta ad Altro; un'obbedienza che nasce dall'ascolto ( ab-audire) e si fa responsabile del reale in cui è parte; una castità che libera la nostra verità autentica e integra noi stessi -anima e corpo-, la bellezza nascosta che siamo.


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