Pagina principale Pagina precedente



Fausto Caffarelli SI APPLICA, MA PUO' FARE DI MEGLIO novembre 1996

Il Cinema è in crisi. Ma anche il Teatro, la Letteratura, la Scuola, il Maschio, la Coppia. Sono in crisi irreversibile il Sud, i Giovani, il Varietà e le Quarantenni. Ad ogni piè sospinto i mass-media, abili costruttori di notizie che non esistono, evocano lo spettro della Crisi. Tutto e tutti sembrano versare in condizioni disperate, nell’attesa di qualche deus ex-machina che rimetta le cose a posto con un tocco di bacchetta magica. Un classico della serie è diventato ormai il tormentone periodico sulla salute precaria del Romanzo. Dalle pagine dei giornali o via etere, i Soliti Intellettuali ne dissertano amabilmente, salvo poi crepare di invidia per i trionfi commerciali di Umberto Eco e Stephen King. In effetti i "malati seri" non sono poi tanti. Uno di questi, consci di cadere nella trappola dell'ovvio, è la politica. La politica intesa nel senso più nobile del termine, come progetto, costruzione di valori, capacità di creare un’identità collettiva. Tutto invece sembra essere ridotto a pettogolume, vacuo chiacchericcio e lotta disperata per un potere fine a se stesso.

La cosiddetta "Tangentopoli2" (ne seguiranno altre, come in un'infinita telenovela?) è l'ultimo esempio dello sconcertante vuoto nel quale siamo immersi. È stato assai ingenuo credere che il cancro della corruzione potesse essere estirpato solo da un manipolo di valorosi magistrati. Bene ha fatto l'on. Violante, nella fattispecie, a parlare di politici "pirla" che di fronte ad una questione di tale portata sono ancora fermi ai blocchi di partenza. La speranza è che dietro l'amara constatazione del presidente della Camera si nasconda anche un sano spirito di autocritica perché, come dice il sommo Giorgio Gaber, "la tangente per natura è di destra col permesso di chi sta a sinistra".

È possibile individuare la radice del male? Qualche politologo parla di "caso Italia" ovvero di un paese anomalo rispetto alle più compiute democrazie occidentali. Siamo un coacervo di campanilismi, privilegiamo lo scontro verbale a discapito di un sano confronto dialettico, non spicchiamo per elevato senso civico (ciò che appartiene a tutti non appartiene a nessuno), crediamo che la furbizia, spesso sconfinante con l’illegalità e la disonestà, sia una virtù da coltivare e da trasmettere ai nostri figli. Un terreno così infido non può che partorire una politica priva di tensioni etiche e senso di responsabilità. Uomini dall’alto profilo morale e civile come De Gasperi, Nenni, Amendola, Pertini, Valiani, La Pira, Dossetti hanno lasciato una traccia indelebile nella storia del nostro Paese.

Le inchieste giudiziarie di questi ultimi anni ci hanno regalato invece figure di second’ordine, le cui epiche gesta rimarranno impresse a futura memoria nei verbali delle procure di mezz’Italia. La realtà ha superato più volte la fantasia: neanche i fratelli Marx avrebbero potuto immaginare l'on. Gava ministro degli Interni. Tuttavia sarebbe semplicistico ridurre l'analisi delle cause ad un ambito strettamente etico. La politica arranca perché in un’epoca come quella attuale che richiederebbe una visione complessiva dei problemi, si continua a rimanere legati ad uno sterile provincialismo. Ha senso affrontare la drammatica questione della disoccupazione senza una riflessione seria su ciò che accade, ad esempio, nei paesi del Sud-Est Asiatico ? Quelle nazioni immettono sul mercato prodotti a prezzi stracciati grazie allo sfruttamento del lavoro minorile, salari da fame e garanzie sindacali ridotte al minimo. Le nostre aziende vendono sempre di meno. I licenziamenti e la cassa integrazione rappresentano l'inevitabile corollario. E il governo Prodi pensa di rispondere alla grande sfida della globalizzazione con un po’ di lavori socialmente utili e la riapertura dei cantieri ? Rimandato a settembre: si applica, ma può fare di meglio. L'antropologa da Magli in un recente libro-intervista dal titolo "Per una rivoluzione italiana" ha lanciato alcune proposte

assai provocatorie rispetto ai temi più scottanti della società italiana. Tra queste l'abolizione della politica come strumento del Potere, affidando la gestione della cosa pubblica ad una sorta di consiglio d'amministrazione formato dagli specialisti dei vari settori. L'idea suscita non poche perplessità (chi sceglie chi?), anche perché ricalca un modello da noi già sperimentato che ha mostrato tutti i suoi limiti, il cosiddetto "governo dei tecnici". Altro invece è considerare la proposta della Magli come invito implicito ad una selezione più accurata della nostra classe dirigente. In questo senso le scuole di politica sorte un po’ dovunque rappresentano una strada che vale la pena proseguire. Rimane poi essenziale la partecipazione popolare e l'impegno a non rilasciare deleghe in bianco. Controllo, pressione, proposta dovrebbero diventare un bagaglio comune di tutti i cittadini. E lasciamo perdere la politica-spettacolo delle smentite e dei proclami. Per queste cose ci vogliono persone serie. Come Emilio Fede.

 


Pagina precedente Inizio documento