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Franco Barbero CHI PUÒ GODERE SENZA DI LUI? dicembre 1996

Solo con il trascorrere degli anni ci penetra nel cuore la consapevolezza che Dio è la presenza accompagnatrice che si nasconde ma non ci abbandona.

Michael Walzer, in Esodo e Rivoluzione (Feltrinelli), scrive che "l’Alleanza è l’invenzione politica dell’Esodo", ma la parola alleanza oggi necessita di una nuova interpretazione. Direi che oggi potremmo in qualche misura tradurla così: Dio offre alle donne e agli uomini, anzi al creato, la Sua compagnia, la Sua amicizia:

Il libro dell’Esodo, "storia delle storie", è la metafora per eccellenza del nostro cammino nel presente.

Come Israele non poteva conquistarsi da solo al libertà dall’Egitto, così nessuno di noi può progettare la propria liberazione senza la compagnia di Dio: ecco il cuore del messaggio.

Dio non perde occasione per ricordarlo: "Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù" (Es 20, 2). Ricordati: non sei uscito da solo., non sei uscito per la forza dei tuoi muscoli o per l’intelligenza dei tuoi progetti

Ma noi...

È qui che entra in gioco la nostra libertà. Possiamo illuderci di farcela da soli e pensare che Dio, girate le spalle al faraone oppressivo e visibile, sia diventato ormai superfluo per noi: diremmo un compagno di viaggio inutile, un retaggio della nostra infanzia "interiore".

Il Deuteronomio, in uno stupendo capitolo, ricorda questa "tentazione" più che possibile: "Quando non ti mancherà più nulla, nei giorni della sazietà, guarda bene che non ti capiti di dimenticare Colui che ti ha liberato..". (Dt 8).

Siccome Dio è una compagnia esigente che ci spinge incessantemente verso al libertà bella ma scomoda, che non si accontenta di una primavera di liberazione, ecco che spunta la tentazione di disfarci di un liberatore così poco accondiscendente. Egli vuole portare noi fuori dall’Egitto e, più ancora, vuole portare l’Egitto fuori da noi. Non gli basta liberarci dal faraone esteriore, ma vuole scovare e cacciare i faraoni interiori.

"Non avrai altri dei..."

La storia di Israele e le nostre vicende personali lo dimostrano chiaramente: lungo il cammino della vita ricompaiono gli idoli. Non ci vuole molto acume a riconoscerli. È sufficiente un pizzico di onestà con se stessi. Gli idoli si addensano come moscerini attorno alla lampada. La casa, svuotata di Dio. non tarda a riempirsi di una "legione di spiriti maligni", per dirla con Marco. Ma noi sembriamo piuttosto contenti e accoglienti verso questi inquilini che, lentamente, diventano i veri padroni di casa, della nostra casa.

E così, tradendo il comandamento "Non avrai altri dei di fronte a me" (Es 20, 3), siamo ritornati alla schiavitù. Ma si tratta di una prigione spesso dorata, le cui catene si presentano lucenti ed affascinanti.

Il vitello d’oro

Non appena ci si sente vivi e si gusta la prima aura di libertà, "ecco pronto il pericolo di farci conquistare dal vitello d’oro della nostra bravura e fecondità... Vogliamo diventare - scrive il teologo Drewermann - più fecondi e più forti che possiamo. E proprio qui ci troviamo improvvisamente esposti alla tentazione di adorare noi stessi...". Non appena avvertiamo scorrere nelle membra la nostra energia, ci sentiamo talmente presi da questo flusso vitale "come se parlare di Dio fosse stato soltanto una cosa impropria e infantile, a cui potremmo rinunciare; anzi, sorge l’impressione che adesso senza Dio si procederebbe molto meglio, più autonomi e più forti. Invece di idolatrare altre persone o cose arriviamo così ad idolatrare la nostra vitalità e la nostra energia naturale. Ma, in ultima analisi, così facendo, siamo semplicemente ancora una volta "in Egitto". Perché anche l’adorazione della propria vitalità è una prigione". In realtà ancora una volta non accettiamo di essere semplicemente delle creature, delle persone umane, e ci vogliamo immedesimare in un modello, in una immagine di potenza e di autosufficienza.

Ora se è vero che il topo o lo schiavo non si addicono a noi, ci esponiamo alla tentazione opposta mettendoci nei panni del vitello d’oro o del gigante.

Ci basta essere uomini, né più né meno. Certamente manteniamo questo equilibrio solo quando ci attacchiamo saldamente a Dio, e quando è inteso che non possiamo sostituire senza danno Dio con qualcos’altro che Dio non è. Noi abbiamo bisogno di Dio per trovare la nostra misura e per sopportare noi stessi" (E. Drewermann, Psicologia del profondo e esegesi, p. 442).

Con o senza di Lui?

Accettare radicalmente e sinceramente la nostra umanità significa accogliere la presenza di Dio nella nostra vita.

Non dico che sia "impresa" facile e scontata questo aprire la porta del nostro cuore, ma è la radice della nostra vita.

Se vogliamo diventare "camminatori senza perché", "in un mondo dove anche le strade camminano e gli uomini non sanno più da dove vengono e dove vanno" (per dirla con Eugenio Scalfari), ma si agitano tra valori di plastica, per noi è necessario ricentrare la nostra vita fidandoci della "misteriosa ma fedele" compagnia di Dio.

Ha ragione Qohelet. Anche il flusso dei nostri giorni, il nostro "banale" mangiare e bere, anche il godere un po' di felicità in mezzo alla fatica, "anche questo viene dalla mano di Dio. Infatti, chi senza di Lui può mangiare e godere?" (Qohelet 2, 24-25).

Ecco la strada che Dio ci indica: godere delle realtà che sono felicemente fruibili senza dimenticare che esse sono doni suoi. Il saggio Qohelet ci ammonisce. Secondo lui il vero "godimento" e la pace "possibile" si radicano nella consapevolezza che senza Dio l’uomo e la donna non esperimentano al gioia del vivere.

Gesù, andando oltre, ci testimonierà come Dio ci accompagna per entrare con noi nelle nostre gioie e nelle nostre sofferenze.

Il cielo è aperto sopra di noi, ma noi possiamo oscurare tutte le stelle se chiudiamo gli occhi del nostro cuore.

Cercate me e vivrete

È nostro compito irrinunciabile "predicare" al nostro cuore e dire apertamente agli uomini e alle donne di oggi ciò che il profeta Amos annunciava ad Israele: "Cercate me e vivrete. Non cercate Bethel, non andate a Ghilgal, non vi recate fino a Beersceba... Cercate Dio e vivrete (5, 4-6).

Possiamo utilmente cercare tante "cose", tante esperienze, tante terapie nella vita. Ma se carichiamo di attese salvifiche queste realtà umane, se facciamo di esse dei luoghi sacri e idolatrici come Bethel..., sbagliamo bersaglio.

Pr fondare la nostra casa sulla roccia o, se vogliamo, per sorreggere le nostre gambe vacillanti, bisogna "cercare nell’Eterno".

Le pillole o le botteghe della felicità stanno esaurendo le loro scorte e lasciano intravedere, tra crepe enormi, una montagna di illusioni. "Ormai solo un Dio ci può salvare".


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