Piero Barbaini ESSERE CHIESA. NON ESSERE CHIESA. QUESTO È IL PROBLEMA febbraio 1995
Ad un’osservazione non attenta del rapporto tra chiesa e religione potrebbero sfuggire dimensioni importanti. la prima impressione è quella di offrire, senza perplessità, il primato della religione. Essenzialmente è essere cristiani. Poi si può essere cattolici, protestanti, ortodossi.
Lo stesso atteggiamento può essere assunto nei confronti del rapporto fra religione e visione del mondo. La cosa più importante è essere monoteisti. Subordinatamente si può essere ebrei, cristiani o musulmani.
Il clima ecumenico agevola questo tipo di approccio. Ancor più profondamente vi incide il dialogo fra le religioni e l’impatto pluralistico far le culture nella società globale.
C’è qualcosa che non va in questa apparentemente pacifica acquisizione; o meglio, c’è qualcosa che deve essere precisato e rettificato.
In questo tipo di procedimento mentale si dà per sovrana ed intangibile la visione del mondo. La religione, attraverso la mediazione culturale, traduce in termini storici i connotati di quella visione. La chiesa aggrega tramite canoni definiti di ideologia, di tradizione, di istituzione e di comportamento; tramite tutto ciò ch’essa ritiene fondante e caratteristico della religione.
Nessuno si sogna di impegnare al chiesa in una revisione fondamentale della propria appartenenza religiosa. Tanto meno l’uomo religioso intraprende l’impervio cammino di mettere in questione la propria visione del mondo.
Tale contesto mi ha spesso suggerito, nel dibattito ecclesiologico, la figura della chiesa come "recinto". Le chiese sono molto più portate a picchettare la "dipendenza" che non a "rompere il recinto". Sono tanto gelose di questa funzione e prerogativa da ritenere compromessa o tradita la propria identità qualora dedicassero porzioni importanti del proprio agire all’abbattimento delle recinzioni.
Così nell’avventura dell’uomo moderno siamo costretti a constatare che il cultore della libertà nella ricerca, lo stesso propugnatore della spiritualità profonda e della conseguente responsabilità umana è un soggetto che si contrappone allo spirito delle chiese. Le chiese non sono serie nell’assumere il confronto con il dispiegarsi della libertà responsabile e creativa dell’uomo. Le loro teologie ne seguono le sorti. Esse mostrano l’atavica paura di perdere la funzione, la prerogativa, il privilegio, il monopolio, ed i conseguenti appalti storici. Non possono abbracciare la libertà, perché continuano a dedicarsi ostinatamente, meticolosamente ad aggiornare le strutture del recinto.
Antagonista a questo modo di concepire le cose si è sviluppato nell’evo moderno lo spirito laico, il soggetto laico, l’identità laica: in una parola l’avventura culturale della laicità.
L’identità di questa corrente si realizza proprio collocandosi metodologicamente al di fuori del recinto: non solo delle chiese e delle religioni, ma delle stesse visioni del mondo. Anzi, la filosofia di questa corrente consiste nel capovolgere l’approccio: vanno anzitutto messe in questione le visioni del mondo, perché sono queste ad offrire giustificazione agli universi religiosi, che a loro volta danno sostegno agli impianti ideologici e mitologici delle chiese. L’ipotesi di lavoro e la verifica dell’esperienza si applicano a tutto campo: e si applicano soprattutto al problema dell’essere, alla ricerca di senso dell’esistere. Non per niente la cultura laica si radica e si sviluppa parallelamente alla genesi ed al processo del metodo scientifico. L’uomo laico non è più disposto a chiudere gli occhi della coscienza di fronte al problema del "punto di appoggio". Il punto d’appoggio, anche quello supremo, cade nell’universo dell’induttività e della relatività, se esso vuol dire qualcosa che assuma significato per l’uomo del nostro tempo.
E veniamo al nostro problema. Il mio dubbio e la mia perplessità sul movimento discendono dalle osservazioni sopradelineate. Un movimento che si colloca nell’epicentro della cultura occidentale, dall’Austria all’Europa, dagli Stati Uniti al Canada, quale piattaforma critica e quale identità culturale attribuisce al proprio grido :"Noi siamo chiesa"? È un motto di appropriazione che non intende intaccare le fondamenta delle culture chiesastiche e i paradigmi del fondamentalismo religioso, o si tratta di una coscienza "moderna" che sfonda il recinto delle chiese per provocarle alla fine sul fronte della "relatività" radicale?
Che senso hanno in questa prospettiva le richieste del celibato opzionale, del sacerdozio alle donne, e la stessa metodologia qualificante del sottoporre le proprie opzioni al giudizio dei vescovi, o comunque ad un dialogo con le gerarchie cattoliche, arrischiando in tal modo di spolverare le foglie senza rimuovere il tronco?!
Per dirla in termini chiari, seppur relativi, il movimento provoca "La civiltà cattolica", plaude al pluralismo cattolico di "Concilium", sostirene il pluralismo inter-religioso di "Confronti", o è disposto a trarre le conseguenze del fatto che la stessa laicità primaria di MicroMega è componente indispensabile per affrontare il mondo culturalmente servile delle chiese?
In questa prospettiva è opportuno conservare ancora un motto che si esprime come evoluzione dal di dentro del sistema: "Noi siamo chiesa", o non è forse significante saltare il fossato, e gridare esplicitamente: "Noi siamo laici"?!
La mia quarantennale esperienza, costellata di soddisfazioni e di affanni in questa dura lotta di cambiamento culturale, non è oggi propensa ad affidare alla sintesi di un motto l’articolazione piuttosto complessa dei propri comportamenti e delle proprie scelte fondamentali. Preferisco insistere nel discorrere di queste cose con le varie sigle presenti nel movimento, piuttosto che inventarne delle altre. Del resto, se c’è un emblema del relativo, questo è proprio la sigla.
Da quanto ho sopra delineato risulta chiaro che la riassunzione del termine "chiesa", da parte di coloro che si battono per la distruzione del recinto, è possibile solo a condizione di una profonda, interiore metamorfosi: la chiesa concepita come spazio di libertà radicale del confronto e della ricerca fra le coscienze. tale da consentire la mesa in discussione della propria appartenenza religiosa e della propria visione del mondo. se il termine "chiesa" continua invece ad esser simbolo di picchettaggio per i dogmi formulati, per le tradizioni cristallizzate, per le istituzioni irreformabili, per le etiche imposte, per il sacerdozio magico e sovrano, non resta che spostarsi sul fronte della laicità moderna, e sfidare attraverso la dialettica della cultura, negli spazi garantiti dalle conquiste della società civile, la narcosi delle chiese e la recessione delle libertà da esse indotta nei circuiti della convivenza umana.
Certo una coscienza preparata ed onesta nell’esigere la compartecipazione comunitaria ed in apri tempo irremovibile nel mettere in questione il senso del mondo con questa concezione di dio e con al derivante visione dualistica consegnata alla gestione onnipotente del sacerdozio, non è oggi fenomeno consueto. Eppure il futuro parla così!
Sono stato impressionato dalla fatica mentale di Dietmar Mieth (1) nella enunciazione delle metodologie che informeranno il nuovo "Concilium": una serie di aperture illuminanti, una coerenza non dissimulata coi canoni dell’ortodossia cattolica. Le contorsioni di Giuseppe Ruggeri (2) nel trattare il tema della unità nella chiesa sono ancor più defatiganti: queste teologie si aprono come sociologie della religione, per rinchiudersi subito dopo il recupero del più tradizionale linguaggio della mitologia cristiana. Eppure "Concilium" è un luogo cattolico dove si cerca al meglio di forzare il recinto, o per lo meno si manifesta l’impegno di farlo. Forse queste fatiche costituiscono un tributo che la storia esige dai percorsi di transizione.
"Essere chiesa", dunque, e da un luogo concepito, costruito e cesellato come il più libero e responsabile per la comunicazione e il confronto fra le coscienze, contribuisce al cambiamento del mondo; o "non Essere chiesa", perché la fuoruscita degli uomini dalla minorità storica dei miti e delle magie religiose è solo possibile attraverso una coscienza laica, una scelta culturale, un impegno civile?
Ho proposto il tema come problematico, e tale mi sembra opportuno lasciarlo alla discussione del movimento, con tutto il suo carico di problematicità. Offro solo uno spiraglio che proviene dalla mia esperienza, una piasta eventualmente utile per avviare il discorso. Nulla più.
Cammini facendo ho acquisito la consapevolezza che battersi in quest’orizzonte contro le grandi religioni e le macro-chiese dalla fortezza della propria coscienza, è strategia perdente. Le religioni organizzate e le loro strutture chiesastiche sono divenute, in questi ultimi cinquemila anni (un soffio nella storia della coscienza) apparati politici, che alla politica della conservazione (del potere) dedicano tutta la loro ragion d’essere. Qui l’antagonismo scaturisce da una precisa scelta di laicità politica, diventando specialisti nella diagnosi e nel contrasto del "potere misto", dei suoi complessi meandri e dei suoi sofisticati compromessi. L’uomo moderno si è particolarmente dedicato a questa dimensione della laicità.
Ma al nostra generazione è stata chiamata ad insistere nell’aprire varchi dentro la laicità delle chiese, una componente ben più profonda e di lunga durata. Perché la "chiesa laica" è quella ove la libertà responsabile e creativa è sovrana: uno spazio del confronto e della ricerca ove il recinto è per definizione inesistente, già abbattuto dalla storia della cultura e dallo sviluppo della coscienza, sol che onestamente se ne voglia prendere atto; un luogo ove "ciascuno possa essere eretico all’altro, eppure egualmente ascoltato" (3).
In questa prospettiva si può assumere il motto "Essere chiesa" capovolgendo il paradigma da cui è partito questo scritto; cioè l’essere chiesa non interdice, anzi conferisce significato profondo ad uno spazio ove sia possibile mettere in questione la propria appartenenza religiosa e l’universo culturale cui fa riferimento; in altre parole l’essere chiesa non contraddice la laicità radicale, cioè l’universale diritto dell’umana coscienza alla ricerca di senso, fuori da ogni recinto precostituito dalle istituzioni religiose o cristallizzato dall’inerzia delle culture.
È possibile operare, o per lo meno conferire impulso ad una trasformazione così profonda, in un cattolicesimo ufficiale che si presenta alla fine del secondo millennio coi connotati più pesanti del suo storico fondamentalismo e con gli effetti più laceranti del suo irriducibile integralismo autoritario?
Questo è un altro versante del problema, che aprirebbe un discorso non sopportabile dalle dimensioni di questo scritto.
Ripropongo qui la prospettiva che ho svolto in svariati altri interventi. La mia ipotesi è che un fermento i rifondazione ecclesiale non possa essere gestito in uno scontro frontale con l’istituzione esistente. La macro-istituzione è difficilmente permeabile da queste categorie che ne smontano la struttura portante. La via, storicamente sperimentata, è quella della "comunità". La micro-istituzione comunitaria è una cellula dinamica che può contaminare il recinto, e nel contempo essere irriducibile assorbitrice dell’humus che proviene dagli sviluppi della cultura, dalla maturazione della coscienza, dalla crescita della civiltà.
Potremmo concludere asserendo che per l’opzione comunitaria "essere chiesa – non essere chiesa" non costituisce problema. È il relativo insito nell’intimo delle cose.
Note
1. Dietmar Mieth, Cammino e visione per un nuovo "Concilium", in "Concilium", 1 (1997) 181-197.
2. Giuseppe Ruggieri, L’unità nella chiesa per l’unità degli uomini, in "Concilium", 3 (1997) 206-218.
3. Paolo Flores d’Arcais, Etica del finito, in "MicroMega", Almanacco di filosofia 1997, p. 28. È un trasferimento improprio, perché Flores d’Arcais attribuisce l’espressione allo spazio politico. Tuttavia mi risulta assai efficace per esprimere un comportamento che qualificherebbe significativamente la laicità della chiesa.