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Il senso della fine

Ciò che rende esemplare la Bibbia nel quadro della produzione letteraria della nostra cultura, ciò che ne fa il libro dei libri, osserva Frank Kermode nel saggio a cui ho rubato il titolo per questo rapido cenno all’Apocalisse, è il suo articolarsi come un universo narrativo in cui inizio e fine appaiono avventurosamente ma saldamente connessi, così da farci intravedere un’unitaria possibilità di senso per la vita dell’uomo, della storia e dell’universo.

E’, dunque, luogo teologico comune che questa inclusione tra Genesi e Apocalisse sia uno degli elementi che fondano il prestigio della Bibbia; ma è proprio anche questa inclusione che ci obbliga oggi a ridiscutere la natura di tale autorità, il suo carattere problematico e non dogmatico

Chi pensa che il credente, grazie alla rivelazione biblica, possa rispondere alle tradizionali questioni esistenziali e metafisiche ("Donde veniamo?" e "Dove andiamo?") con la tranquilla sicurezza di chi possiede la verità oggettiva, esentandosi dalla ricerca e dall’interrogazione, sbaglia. Già la sola lettura dei testi metaforici e simbolici di Genesi e dell’Apocalisse, lo mette sull’avviso che il loro messaggio non è di accesso facile ed ovvio. La verità che essi intendono comunicare va ricercata attraverso l’ascolto interpretante e questo è, per definizione, molteplice ed infinito.

Più di un indice ci avverte, poi, che neppure la più acuta e fedele delle interpretazioni ci consentirà mai di afferrare il senso ultimo del testo come verità oggettiva, definita e immutabile. Perché le capacità umane di conoscenza sono limitate, ma anche perché il testo biblico stesso non intende farsi portatore di tale tipo di verità. Altro è il suo rapporto con la realtà, un rapporto di conoscenza operativa, orientata dalla fede ed alla fede orientante. Ogni pretesa di farne il fondamento di una visione scientifica e culturale dell’universo, di usarlo come documento utile a delineare gli sviluppi necessari della storia, di vedervi la sorgente di verità filosofiche assolute, lo tradisce. Proprio come sarebbe un fraintendimento della ricerca umana del senso della vita, dell’inesausta passione dell’uomo per il "conosci te stesso", ogni individuazione di tale senso e di tale identità in qualcosa di dato ab eterno e non di conquistato con libera fatica.

Lo abbiamo visto per i primi capitoli di Genesi. Ora tenteremo di vederlo anche per l’Apocalisse, che non a caso chiude il canone cristiano. Non a caso, ma non per sua esplicita scelta.

E’ un’osservazione ovvia e per lo più trascurata. Né i racconti Jahvista e Sacerdotale, né l’Apocalisse sono stati scritti coll’intento di occupare il posto che occupano nella Bibbia. Se lì sono stati collocati è perché qualcuno ha ritenuto che essi, per la ricchezza spirituale del linguaggio e per la forza teologica delle immagini, fossero i più indicati per tale ruolo. Certo i testi confluiti in Genesi 1-11 intendevano parlare delle origini e l’Apocalisse intendeva parlare della fine. Ma nessuno dei due ha mai immaginato di poter essere l’inizio o la fine del libro che comporta quell’inizio e quella fine. Il che è ovvio per Genesi, ma in definitiva anche per l’Apocalisse, per quanto scritta proprio per narrare l’esito di Genesi, che era nata ignorandola, e che essa intende riqualificare teologicamente, grazie ad una fine illuminata dalla "rivelazione di Gesù Cristo" (1,1).

Il che va tenuto presente, non per diminuirne l’autorità ma per caratterizzarla. Il finale della Bibbia non sta al resto dell’opera come sta all’intero romanzo il finale di un libro concepito e scritto da un solo autore, che così lo licenzia concluso ed autosufficiente. Esso si trova lì come un finale possibile, collocato accanto ad altri finali, visto che potrebbero essere tali le chiusure di tre vangeli almeno, e visto che le sue ultime parole non tendono a rinchiudere il lettore nel testo, pur minacciandolo di incredibili pene se lo corrompe (22, 18-19), ma lo rinviano oltre esso ad un evento che deve ancora venire nella storia per aprirne la vita a dimensioni totalmente nuove: "Vieni Signore Gesù" (22, 20).

Come mostra Beauchamp nel suo magistrale L’uno e l’altro Testamento la tardiva aggiunta dell’Apocalisse non introduce né scompensi né sostanziali novità nel canone scritturale, semplicemente risponde ad una sua esigenza; esplicita quel richiamo alla fine che è già presente nell’origine e che via via emerge durante tutto il percorso dei libri storici, profetici e sapienziali. Se il dialogo rivelativo di Dio con l’uomo si sviluppa nel cammino terreno della storia della salvezza, tale dialogo continuamente evoca sia l’atto creativo, che istituisce la storia e stabilisce in essere i protagonisti del dialogo, sia l’atto risolutore a cui l’intero dramma tende, fin dalla prima battuta,. in tutta libertà e senza altro vincolo pregiudiziale che la promessa della fedeltà e dell’amore di Dio.

"Là dove la Bibbia parla del principio e della fine - scrive Claus Westermann - parla di Dio. Non potrebbe parlare di principio e fine senza parlare, al tempo stesso di Dio. E non potrebbe neppure parlare di Dio, senza parlare di principio e fine. Essa parla di principio come di un’azione di Dio: ‘In principio Dio creò cielo e terra’ (Gen 1, 1); e parla di fine come di un’azione di Dio. Ed entrambe le cose sono unite insieme nella stessa espressione nel primo e nell’ultimo capitolo dell’Apocalisse di Giovanni ‘Io sono l’alfa e l’omega, dice il Saignore Iddio, colui che è, che era e che viene’ (1, 8), ‘Io sono l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine’ (22, 13)".

Ma, proprio perché le parole sul principio e sulla fine non possono che essere parole che riguardano Dio e il suo libero agire, esse sono anche parole che debbono lasciare l’inizio e la fine nell’inaccessibilità e nell’indicibilità. Ecco perché per esse la Genesi e l’Apocalisse si valgono di un linguaggio simbolico e figurato capace di rendere infinito o insensato ogni nostro tentativo di interpretazione. Pretendere di ricondurre a precisi eventi cosmici o storici, sia pure straordinari e miracolosi, ciò che sta racchiuso entro i loro simboli, è ingenuo e pericolosamente fuorviante. Attraverso quelle immagini trova, infatti, espressione la confessione di fede, sulla signoria di Dio sulla natura e sulla storia, di uomini che si valgono di una cultura mitopoietica particolarmente ricca e decisamente diversa dalla nostra. Grazie allo studio storico e letterario, all’esercizio ermeneutico ed interpretativo, noi possiamo capirli e ritradurre il loro messaggio, senza , però, che il simbolo cessi di restare simbolo rinnovandosi all’interno dell’ordine simbolico della fede.

Come i primi capitoli del Genesi, hanno la funzione di esprimere la certezza di fede dell’israelita pre e post-esilico sull’universalità del disegno di salvezza e di liberazione del Dio dell’Esodo, sulla sua trascendenza rispetto alla natura, ma anche sulla sua vicinanza all’uomo e sulla sua volontà di bene, nonostante la massiccia presenza del male, così i ventidue capitoli dell’Apocalisse hanno l’intenzione di spingere le comunità cristiane, pressate dalla persecuzione, a sentire l’universalità della loro missione e soprattutto a confessare la Signoria di Dio e del Suo Cristo su tutte le potenze negative e distruttive della storia e del cosmo e sulla loro catastrofe finale.

Ciò che essi introducono di nuovo, rispetto alla storia genesiaca delle origini e rispetto alle altre apocalissi ebraiche è la concentrazione cristologica della fede e della teologia, concentrazione cristologica che rende un evento della storia, la morte e la resurrezione di Gesù il Cristo, la chiave interpretativa dell’intero agire creativo, redentivo e giudiziale di Dio. Non per nulla l’esegesi ci insegna che gran parte delle immagini che l’Apocalissi usa sono immagini veterotestamentarie rivisitate in chiave cristologica e che molte figure neotestamentarie vengono così simbolicamente reinterpretate in modo da renderle adatte ad affrontare lo scontro finale con le potenze del male, in una sorta di grande mitica rivisitazione dell’intera storia della salvezza.

Seguire l’Apocalisse in questa sorta di singolare rimitizzazione del linguaggio della Bibbia, così spesso antimitico, può essere produttivo solo se sapremo anche seguirla nel suo sforzo di evidenziare la centralità del Cristo in ordine alla salvezza e alla rivelazione di Dio, tenendo presente almeno tre immagini fondamentali. Innanzitutto il ruolo, assunto dal Cristo, in quanto "Agnello sgozzato", di unico grande interprete del libro della storia, scritto di dentro e di fuori e sigillato da sette infrangibili sigilli (5, 1-14); in secondo luogo la sua funzione di redenzione e di riscatto dei vinti, di vindice degli oppressi (14, 1 ss; 19, 11 ss.). Infine la caratterizzazione cristologica del Dio consolatore della Gerusalemme celeste, che terge le lacrime dagli occhi dei salvati (21, 4) e con l’Agnello condivide il trono di gloria (22, 3).

Proprio per questo possiamo dire con Moltmann che il senso dell’Apocalisse non è: "E alla fine il giudizio di Dio!", ma :"Alla fine Dio!": Dio di creazione e di Grazia, Dio "del nuovo cielo e della nuova terra", privi di notte, di abissi e di morte, ma anche Dio del Crocefisso-Risorto.

Aldo Bodrato


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